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La rivoluzione dei sogni nei giovani giornalisti

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Il professor Gabriel Kahn
Il professor Gabriel Kahn

Gabriel Kahn ha lavorato per dieci anni al Wall Street Journal, anche come corrispondente da Roma. Dal 2010 è docente alla USC (Università della California del sud) e responsabile della scuola di giornalismo e comunicazione dell’ateneo di Los Angeles. Da curatore del progetto Future of Journalism ha un contatto costante e diretto con gli studenti appassionati di giornalismo, ne sa cogliere aspirazioni e nuove prospettive. E, nel volgere di pochi anni, i sogni dei reporter e columnist del futuro sono stati stravolti dalla tecnologia. «Per i miei studenti il sogno non è più andare a lavorare al New York Times: sperano di trovare lavoro in siti come Vox (portale di news nato lo scorso anno, sotto la direzione di un ex del Washington Post, Ezra Klein, ndr) oppure Vice (creato nel 2013 dall’editore dell’omonia rivista canadese, ndr). Una delle mie studentesse più brillanti, dopo uno stage la scorsa estate al Los Angeles Times, mi ha detto  che non avrebbe mai più lavorato nei quotidiani perché sono troppo lenti. Ora ha trovato un impiego a Yahoo!…»

Il logo di Vox, giornale online molto in voga tra il pubblico più giovane
Il logo di Vox, giornale online molto in voga tra il pubblico più giovane

Un altro scossone alle regole canonizzate dell’informazione negli States lo stanno dando i cambiamenti degli assetti societari: gli editori puri vanno scomparendo e le grandi famiglie proprietarie delle testate storiche sono sempre più rare, giacché spesso cedono quote delle loro proprietà a nuovi investitori. Secondo Kahn, questa nuova tendenza ha avuto parecchie conseguenze, più e meno immediate, sul mondo dell’informazione: «Fino a una dozzina di anni fa, il settore editoriale era dominato dalle famiglie. Ora, soprattutto a livello locale, le testate tradizionali sono state assorbite da gruppi molto più grandi, che però non si sono dimostrati all’altezza delle sfide: si sono schierati contro il digitale, e questo si è rivelato un disastro per tutto il settore». Per chi lavora nei giornali, la conseguenza più evidente dei cambi di proprietà è «la percezione della fragilità di questo settore. In una situazione simile, diventa difficile coltivare i talenti. Per testate come il New York Times o il Washington Post l’emorragia delle grandi firme è continua, ci sono professionisti che non sono stati sostituiti e che erano l’anima di questi giornali».

Kahn, tuttavia, ha un parere interessante sul pericolo dell’estinzione delle firme: «Su questo, vorrei dire che la fine delle “grandi firme” non penso sia una perdita tout court: onestamente credo sia anche un passo avanti. Del resto, i nuovi editori digitali fanno un giornalismo più innovativo, con iniziative che i giornali non intraprenderebbero mai perché non ne hanno le risorse e neppure la fantasia, raggiungendo così un pubblico più vasto. Ma non è una gara per vedere chi muore prima: bisogna, piuttosto, guardare il tutto dal punto di vista dei bisogni del consumatore». Tuttavia, Kahn ammette che un giornalismo esclusivamente su web, con giornalisti sempre più spesso freelance e senza editori robusti alle spalle, possa diventare ostaggio del potere, esponendo i giornalisti a rischi di cause legali, intimidazioni e negando ai nuovi giornalisti di inchiesta i mezzi per un lavoro costoso e complicato da imparare come è, appunto, l’approfondimento. «Il giornalismo di inchiesta è un mestiere a parte e molto costoso. A Washington o a New York ci sono tantissimi reporter investigativi, ma nelle realtà più piccole no. A livello locale, quindi, come farà la stampa – che è in crisi nel modello cartaceo – a sfidare le autorità o i poteri? Questa è una delle tante sfide che aspettano il giornalismo che cambia».

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