Home»Incontri del Caffè»La Maison di Parigi si racconta a Torino

La Maison di Parigi si racconta a Torino

0
Shares
Pinterest Google+

Si avvicina Voci Scomode, l’evento organizzato dal Caffè dei giornalisti in partenariato con il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino e la Maison des Journalistes , la cui seconda giornata sarà dedicata a Presse19, un incontro con giornalisti rifugiati ispirato all’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo«Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo alle frontiere». Il presidente del Caffè, Rosita Ferrato, ci racconta la storia della MJD in un colloquio con la direttrice del centro parigino, Darline Cothière.

Darline Cothière e Rosita Ferrato
Darline Cothière e Rosita Ferrato

L’associazione Maison des Journalistes nasce a Parigi nel 2002, grazie alla giornalista di France Info Danièle Ohayon. È un luogo dove i giornalisti costretti ad abbandonare il loro Paese possono trovare un tetto, una camera e un ambiente di lavoro. Ospita 30 giornalisti all’anno. Grazie ai finanziamenti dei media francesi (60%), dei fondi europei per i rifugiati (30%) e alla Città di Parigi (10%), mette a disposizione una camera, un buono alimentare e la possibilità, per i giornalisti ospiti, di praticare il loro mestiere con il giornale online della Maison des Journalistes, l’Oeil de l’exilé. Alcuni, al termine dell’esperienza parigina, tornano in patria, altri rimangono a lavorare in Francia.

Darline Cothiere, la direttrice della Maison des Journalistes, spiega come in più di dieci anni di attività, la struttura ha ospitato giornalisti esiliati dai quattro angoli del mondo.

«In tanti anni di attività, abbiamo ospitato centinaia di giornalisti e  stiamo affrontando un periodo finanziario molto difficile per via della la crisi; la MDJ è sostenuta dai media francesi (una sorta di solidarietà fraterna) ma anche dalla Città di Parigi e dal fondo europeo per i rifugiati. Negli ultimi anni, però, i soldi dei fondi europei per i rifugiati e le sovvenzioni non arrivano, e dall’altra parte anche i media hanno ridotto i loro contributi. Ma teniamo duro, perché per i giornalisti che si trovano in esilio e non sono più in grado di esercitare la loro professione nel loro Paese, quando si ritrovano qui, essere accolti in una camera che porta il nome di un media sostenitore è molto importante: è l’inizio di un percorso di ricostruzione».

Come riuscite a mantenere fede alla vostra missione, in queste circostanze così complicate?
«Riusciamo ancora a fornire un aiuto concreto (buoni pasto, un’assistenza amministrativa, giuridica, sociale, per tutto quello che concerne la richiesta di asilo, l’accesso ai diritti, ecc.) ma abbiamo dovuto abolire il sostegno psicologico per i tagli ai fondi: prima c’era uno psicologo che interveniva diverse volte al mese per i giornalisti che lo richiedevano, perché tra loro sono molti coloro che hanno subito violenze o torture, altri sono stati in prigione. Alcuni hanno ancora i parenti a casa loro».

In cosa impegnate i giornalisti accolti alla MDJ?
«La Maison organizza diverse attività, che vogliono coinvolgere ed educare i ragazzi: ad esempio l’operazione le Renvoyè special, ovvero l’incontro tra gli esiliati e i liceali e gli universitari. Sotto forma di testimonianza, i nostri giornalisti vanno un po’ dappertutto in Francia e anche nei territori oltremare, e da anni inviamo un giornalista all’Ile de la Reunion. La nostra idea è quella di diffondere la conoscenza di certe realtà dappertutto, anche in Europa, passando dai licei francesi o facendo intervenire i nostri giornalisti in centri universitari, in scuole di giornalismo, per parlare della libertà di espressione e di stampa e delle situazioni socio politiche nel loro paese d’origine. I nostri giornalisti possiedono un… sapere doppio: non solo la loro esperienza in quanto professionisti, ma anche la conoscenza del Paese natìo; possono testimoniare cosa è l’esilio e offrire uno sguardo su cosa succede oggi nel resto del mondo.
Tentiamo di resistere, malgrado le difficoltà e continuare il nostro lavoro che è di accompagnare e sostenere i giornalisti esiliati».

Qual è la provenienza dei giornalisti rifugiati?
«Gli arrivi sono a ondate: dipende, ovviamente, dalla situazione del mondo, dalla libertà d’espressione in quella data zona. Anni fa arrivavano soprattutto iraniani e iracheni, mentre prima c’era stato il periodo africano. Oggi di nuovo molti africani e molti provenienti da Sri Lanka, Bangladesh, Pakistan. Abbiamo ospitato anche degli ivoriani, peraltro grandi scrittori e giornalisti.
Fino a ora non abbiamo avuto quasi mai giornalisti maghrebini o cinesi; in alcuni Paesi i giornalisti sono isolati dal regime, restano in prigione o addirittura vengono uccisi. In alcuni casi, se il dittatore non c’è più, molti rimangono là, nella speranza che la situazione migliori: anche questa può essere una spiegazione dei flussi alla MDJ».

Come riconoscete chi è giornalista da chi non lo è?
«La cosiddetta investigazione è compiuta da Reporters sans frontières (Organizzazione non governativa internazionale nata nel 1985 che ha come obiettivo la difesa della libertà di stampa), che ha contatti in diversi Paesi. Le persone passano per altre associazioni che conoscono Maison des Journalistes o da organizzazioni affini. Quando arrivano qui, sono ricevuti per un colloquio, ed è soprattutto così che si capisce se un giornalista sta scappando dal proprio Paese. RSF ha dei corrispondenti sul posto che possono verificare non solo la situazione professionale della persona, ovvero capire se chi si presenta a noi è veramente un giornalista (abbiamo avuto dei casi in cui le persone che si sono presentate qui non lo erano) ma anche verificarne il percorso: se la persona è perseguitata proprio per il lavoro, perché vuole chiedere asilo in Francia e se può fornirci un insieme di elementi che possano attestare la sua posizione. Alcuni arrivano con articoli di giornali, scritti da loro o che parlano di loro, sulla loro fuga. Questi elementi ci possono aiutare a capire».

Qual è la percentuale di assorbimento dei giornalisti della MDJ nel mondo dei media francesi?
«Le percentuali sono sotto il 10%.  Però tanti scrivono su vari siti per rimanere comunque in attività. In Europa esistono due progetti per affiancare la Maison des Journalistes: La Casa dos periodistas a Cadice in Spagna e qualcosa di analogo in Germania.
L’idea, comunque, è sempre di attualità. Purtroppo sono molti i giornalisti che devono abbandonare il proprio Paese in ragione dell’impegno nell’informazione e questo è una fonte di riflessione ma, soprattutto, di grave preoccupazione».

Previous post

Voci scomode

Next post

Ilaria, la strada del coraggio