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La lotta tardiva dei giornali contro Google e Facebook

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Prima il cieco disprezzo o l’indifferenza, poi il tentativo ingenuo di lucrare con l’advertising online, come ai bei tempi dell’edicola e delle paginate di pubblicità cartacea. Infine, le manovre (spesso inutili) degli ultimi anni, a danno ormai fatto, per tentare di farsi amici due giganti eterei solo nel nome e nell’assenza di regole, Google e Facebook, che hanno contribuito – insieme alla mancanza di lungimiranza e all’insipienza dei media tradizionali – a prosciugare il mondo dell’informazione e a mettere a serio rischio un mestiere fondamentale come quello del giornalista.

La storia del rapporto tra i colossi del digitale e il mercato dell’informazione, al di là di casi particolari e di Paesi più illuminati di altri nel comprendere quanto e come il Web avrebbe rivoluzionato il mondo delle notizie, è quello di due realtà in concorrenza una delle quali, i vecchi editori dai piedi di pietra, ha impiegato almeno un decennio per capire che l’altro, per l’appunto, era un avversario. Nel mentre, piccole e oscure società della Silicon Valley sono cresciute a ritmi vertiginosi diventando, da minuscole compagini di giovani nerd appassionati di informatica, aziende dai fatturati sconvolgenti. E adesso, dopo una lunghissima stagione di far west, ecco che duemila testate statunitensi hanno deciso di unirsi contro lo strapotere del motore di ricerca più usato nel mondo (Google) e del network sociale da due miliardi di utenti (Facebook) per provare a salvarsi, proteggendo il proprio lavoro.

Google e Facebook fatturano miliardi di dollari (anche) con la sistematica ruberia, che poi tale non è per assenza di leggi e perché ad agire sono gli utenti e non i gestori, di contenuti prodotti da altri, cioè le testate online; la pubblicità che viene venduta grazie alla condivisione di questi contenuti, manco a dirlo, non finisce in tasca ai giornali, bensì alle aziende digitali che spadroneggiano in Rete. Se quindi non si può parlare di furto, anche perché a condividere contenuti sono le persone e non le società che offrono il servizio, ciò che avviene quotidianamente a spese degli editori resta una colossale appropriazione indebita: si lucra, di fatto, sul lavoro altrui. Finalmente se ne è accorta anche la mamma America, che ha visto nascere le società che oggi spopolano sul Web; e soprattutto  se ne è resa conto la News Media Alliance, associazione che rappresenta un gran numero di quotidiani negli Stati Uniti tra cui il New York Times e il Washington Post. La NMA ha deciso di reagire, presentando una petizione al Congresso per far approvare una nuova norma nel complesso di leggi antitrust. Si tratta della prima rottura ufficiale di una tregua, un’iniziativa che mette fine al (mai avvenuto sul serio) accordo tra il vecchio e il nuovo, i giornali e il Web, l’analogico e il digitale; la verità è che il secondo si è appollaiato sulle spalle del macilento mondo dell’informazione tradizionale, ne ha preso e usato a proprio piacimento i contenuti grazie alle straordinarie possibilità offerte dalla rivoluzione digitale e ha accumulato fortune gigantesche, drenando risorse che stanno mettendo a rischio la vita stessa di tanti giornali, con buona pace di quelli già estinti.

Negli Stati Uniti, Google e Facebook controllano il 70% del mercato della pubblicità digitale e il 50% di quello globale, il tutto in un periodo che ha segnato pesantissime perdite delle entrate pubblicitarie per giornali e riviste. Ciononostante, né Google né Facebook sono giornali: non danno lavoro a giornalisti, non sottostanno alle regole di chi ha la responsabilità di informare, liberamente e professionalmente, i cittadini. Ogni volta che un utente clicca su un articolo pubblicato su una qualche bacheca di Facebook o trovato facendo ricerche su Google, grazie alle inserzioni pubblicitarie imposte ai naviganti sono loro a guadagnarci, anche se quell’articolo è stato “pagato” dall’editore che lo ha commissionato al giornalista. E l’abitudine di leggere notizie su Facebook è tanto radicata che, ormai, una discreta percentuale di utenti è convinta che le notizie che legge siano state scritte direttamente da Facebook.

Le richieste della NMA sono ragionevoli: condividere i ricavi dalla pubblicità con Google e Facebook, vedersi riconoscere sostegno per promuovere gli abbonamenti ai giornali, condividere i dati sensibili raccolti dalle aziende digitali grazie ai contenuti prodotti dalle testate e ottenere visibilità dei propri marchi. Arrivano tardi, quando tante testate hanno già chiuso o sono in sofferenza, ma è questa l’unica strada per tentare di salvare il mondo dell’informazione. David Chavern, amministratore delegato e presidente di NMA, lo dice chiaramente:  «Le leggi attuali non ci permettono di negoziare collettivamente nuove condizioni commerciali con le aziende digitali. Questo sta diminuendo la qualità e la salute dell’offerta di informazione. Ma il giornalismo di qualità è determinante per sostenere la democrazia ed è un fulcro della società civile; per assicurarci che il giornalismo possa avere un futuro, dobbiamo avere il potere di muoverci uniti per metterci d’accordo con le piattaforme digitali, che di fatto stanno controllando il mercato del Web».

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