Home»Incontri del Caffè»La libertà di stampa e le cronache italiane

La libertà di stampa e le cronache italiane

0
Shares
Pinterest Google+
con gaino
Da sinistra: Alberto Gaino, Rosita Ferrato presidente del Caffè dei Giornalisti e Bianca La Placa

Libertà di stampa, storia del giornalismo, grandi fatti di cronaca, di tutto questo si è parlato martedì 16 giugno a Torino, all’incontro con il giornalista Alberto Gaino, autore del libro Falsi di stampa (edizione Gruppo Abele). L’incontro, alla libreria Feltrinelli di piazza CLN, dal titolo La libertà di stampa è un paradosso, ha visto l’autore confrontarsi con Rosita Ferrato e Bianca la Placa, del Caffè dei Giornalisti, organizzatore della serata.

Si parte dal titolo dell’incontro, poiché fra i tanti paradossi italiani vi è l’invocazione della libertà di stampa e la denuncia della sua inesistenza da parte di chi quella stampa condiziona. E si parla delle conseguenti carenze informative che ricadono sui lettori. Nei tre episodi giudiziari presentati da Gaino – il caso Eternit, il caso Telekom Serbia e il processo Stamina – si ritrovano infatti svelati i condizionamenti alla stampa che arrivano dai “poteri forti”: saper influenzare l’informazione, depistare i giornalisti, condizionare le opinioni, permette infatti di mantenere privilegi economici o danneggiare gli avversari politici.

Il clima è però reso possibile anche da un certo giornalismo “pigro e provinciale”, che si accontenta dei dati forniti da fonti di parte, come da uffici stampa incaricati di metter in buona luce il committente. Ne esce ritratto del giornalista che non va a fondo, che non studia l’argomento, non confronta i dati ad esempio con quanto accade altrove (come nel caso di studi scientifici internazionali per il processo Eternit, che dimostravano come si conoscesse da decenni la pericolosità dell’amianto). Ma Gaino cita anche il caso del bandito Giuliano, ucciso in modo probabilmente diverso da come era stato raccontato in conferenza stampa dai carabinieri, e solo uno, tra i giornalisti presenti, si prese la briga di indagare autonomamente e trovare testimoni che contraddicevano la versione ufficiale. Questi esempi di buon giornalismo sono quelli che fanno da contraltare a un generale appiattimento e danno l’idea di come si dovrebbe e potrebbe svolgere la professione.

Si è parlato anche di giornalismo in senso ampio, di come si fanno e si facevano i giornali, dei ruoli e dei tempi che cambiano all’interno delle redazioni. «Una volta – spiega Gaino – nei giornali c’erano gli informatori, che erano persone capaci di trovare le notizie in giro, ma non erano necessariamente loro a scriverle, le portavano in redazione, dove un altro, il giornalista, le scriveva. C’era un archivio cartaceo, che ora è stato sostituito dagli archivi digitali, ma c’era soprattutto la memoria dei cronisti che avevano seguito molti casi e quindi sapevano confrontare i fatti con altri già successi, sapevano fare i collegamenti tra i vari avvenimenti. Ora i giornalisti al di sopra dei 58 anni sono stati mandati in prepensionamento e quindi si trovano solo giornalisti al di sotto di questa età, si è persa la memoria storica. Il caso Vannoni si può collegare al precedente caso Di Bella e così via a ritroso. Ogni dieci anni in Italia si pensa di trovare una cura miracolosa alle malattie incurabili. Se però si perde la memoria storica di questi precedenti, allora ogni fatto sembra slegato dagli altri».

Previous post

Media e Ong, collaborazione possibile

Next post

La libertà di stampa è un paradosso?