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La libertà di stampa celebrata nella sua… Maison

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Darline Cothière

Dove celebrare la giornata internazionale della libertà di stampa, se non con un incontro dedicato alla libertè de la presse alla Maison des Journalistes di Parigi, da diversi anni partner del Caffè? Questa istituzione, attiva da più di 10 anni, unica al mondo per la sua vocazione sociale e la sua specificità, dalla sua creazione nel 2002 ha già accolto, ospitato e sostenuto più di 370 professionisti dell’informazione provenienti da 60 Paesi. Giornalisti fuggiti dalla loro patria solamente per aver esercitato il loro mestiere. «La libertà di stampa nelle democrazie raramente  è stata così minacciata come oggi. Alcuni giorni fa – ha raccontato Darline Cothière, direttrice della Mdj salutando i suoi ospiti – un potente capo di Stato reiterava i suoi attacchi contro i media, qualificandoli come disonesti e incompetenti e li accusava di diffondere delle notizie false. Ieri, qui in Francia, un ex candidato e un suo sostenitore denunciavano il linciaggio, la lapidazione mediatica».

Madame Cothière ha citato l’importanza della Dichiarazione dei diritti dell’uomo adottata dalle Nazioni Unite nel 1948 e sottolineato come questa non abbia potuto impedire focolai di regimi totalitari e liberticidi. «Questa repressione, che non cessa di aumentare, merita tutta la nostra attenzione. Come cittadini impegnati per queste cause, siamo preoccupati per questo insopportabile attacco ai diritti dell’uomo. Perciò la giornata mondiale per la libertà di stampa è così importante».

Nell’era della post-verità e della propaganda, la repressione è presente in particolare nelle democrazie: «In questo momento, per esempio in Turchia – ha proseguito la direttrice – molti giornalisti stanno vivendo un calvario. Per coloro che sono perseguitati, minacciati, cacciati, esiste un rifugio, che è l’essenza del nostro mestiere. Il percorso e le nazionalità dei giornalisti che accogliamo qui, alla Mdj, illustra bene questa realtà, quella di una grande lotta a favore della libertà di informare. I nostri attuali residenti sono siriani, yemeniti, iracheni, afgani, turchi, usbechi, marocchini, ruandesi». Uomini e donne che non fanno altro se non il loro mestiere: informare i loro concittadini e informare noi, mostrarci il mondo, il loro mondo, e il nostro mondo per quello che è.

«La nostra visione della Francia è quella della solidarietà, dell’accoglienza della valorizzazione delle differenze, quella di mettere in gioco la nostra diversità e tutto ciò che può apportare a questo Paese. Sperando che la politica si ricordi dei valori fondamentali: che la stampa è libera ed è garante a sua maniera della democrazia e che concorra al benessere dei cittadini. Speranza che negli anni futuri non dobbiamo deplorare come per il 2016, funesto per i giornalisti e per la libertà di stampa».

Christophe Deloire

Anche l’intervanto di Christophe Deloire, segretario generale di Reporters senza Frontiere, ha sottolineato quanto nella Mdj esista una enorme densità di coraggio: «Pochi luoghi nel mondo sono così: c’è in qualche redazione, penso ad esempio a Istanbul, dove 11 giornalisti di uno dei più grandi giornali si trovano in prigione. Voglio parlare del mio Paese, al 39° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa: in Francia ci riteniamo bravi, ma per quanto riguarda la libertà di stampa siamo dietro a Costarica, Namibia, Uruguay. Altre 38 democrazie sono classificate meglio della nostra. E non possiamo fare finta di niente. Rischi gravi pesano evidentemente sul Paese. Giornalisti in esilio, ospiti qui, possono testimoniare il modo in cui le cose possono degenerare. Come le parole diventano atti e come gli atti diventino atti più gravi».
«Durante questa campagna elettorale francese – ha proseguito il segretario generale – c’è stata una virulenza, una violenza che va al di là della critica legittima dei giornalisti, accusati perché fanno giornalismo d’inchiesta. Alcuni sono stati direttamente minacciati di morte».

«Qual è il problema delle democrazie? Ci sono due tesi opposte. Secondo una, sulle democrazie pesa la debolezza della decisione pubblica; secondo un’altra, al contrario, manca un controllo del potere. In realtà, il problema principale di molte democrazie è il conflitto di interessi. Un responsabile politico dovrebbe fare in modo che i giornalisti non siano privati della propria inchiesta perché disturba questo o quell’altro, che non siano sorvegliati o che le loro fonti non subiscano attentati, che i proprietari non impongano il proprio punto di vista, la propria linea editoriale. È necessario un impegno forte, volto a lottare contro i conflitti d’interesse nei media e ad adottare misure sulle concentrazioni verticali abusive. Le concentrazioni, in sé, sono state un problema per la libertà di stampa in alcuni Paesi, quali la Norvegia. C’è un legame molto stretto con i conflitti di interesse. Proponiamo, inoltre, che venga creato un reato di traffico di influenze applicato al campo dell’informazione. Infine, abbiamo bisogno di classi dirigenti che difendano la libertà di stampa in tutto il mondo, perché purtroppo stiamo vivendo un periodo in cui alcuni Paesi molto potenti, quali la Cina e la Russia, vogliono imporre le loro concezioni mediatiche. Sono l’esempio dell’estensione del rapido sradicamento del pluralismo».

Walter Lippman, giornalista-filosofo americano, sosteneva che le democrazie dovrebbero avere nuove ambizioni sull’educazione popolare, la conoscenza, la comprensione del mondo. Abbiamo bisogno di democrazie illuminate in cui la difesa del giornalismo di qualità, a prescindere dalla linea editoriale, sia una priorità.

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