Home»Libertà di stampa»La libertà di stampa ai tempi del «Post»: per far vivere il giornalismo, pubblicate!

La libertà di stampa ai tempi del «Post»: per far vivere il giornalismo, pubblicate!

12
Shares
Pinterest Google+

È un inno alla libertà e al buon uso della stessa, l’ultimo film di Steven Spielberg. Con The Post, infatti, siamo tutti invitati a prendere posizione e a collocare l’asticella del nostro senso di responsabilità un po’ più in alto. E per tutti si intende chiunque abbia a cuore la buona informazione, chiunque creda nel dovere di un cronista di ricercare la verità a ogni costo e a ogni costo diffonderla, chiunque senta come imperativo il rispetto del patto con i lettori.
Siamo all’inizio degli anni Settanta. La scelta coraggiosa dell’allora editore del Washington Post Katharine Graham e della redazione guidata da Ben Bradleem è quella di divulgare una parte consistente dei Pentagon papers, un rapporto segreto del Pentagono che rivelava i retroscena dell’impegno militare degli Stati Uniti in Vietnam, che opponeva alla retorica governativa la realtà schiacciante dei fatti e che implicava il coinvolgimento di ben quattro presidenti, consapevoli del disastroso andamento del conflitto in corso, pronti ad anteporre l’immagine di superpotenza americana alle vite dei loro soldati. Nel nome della libertà di stampa sancita dal Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America e, più in generale, in virtù di quella libertà che ha ispirato il pensiero dei Padri fondatori, si decide di dare alle stampe quello che farà scandalo nel senso più puro del termine: non la ricerca dello scoop, dunque, ma uno scossone alle coscienze.

Tom Hanks nei panni del direttore Ben Bradleem, pervicace e infaticabile, non ha dubbi: «L’unico modo per difendere il diritto di pubblicare, è pubblicare». Per K., personaggio pieno di sfaccettature, interpretato con rara bravura da Meryl Streep, sono in ballo la “sua” azienda e, insieme a quella, un pezzo della storia della sua famiglia, la carriera dei suoi redattori, la credibilità del suo nome e le sue relazioni di amicizia. I suoi amici sono gli stessi, peraltro, che nel rapporto figurano come responsabili di decisioni politiche antidemocratiche e che, fino ad allora, avevano goduto del favore della stampa. Il ruolo di editore del Washington Post le è toccato in (odiosa) sorte alla morte del marito e, da subito, si rende conto che dovrà dimostrare più degli altri la sua capacità per il solo fatto di essere una donna, l’unica in un consiglio direttivo, e più in generale in un mondo, fatto di e per gli uomini. Per affrontare il tema delle discriminazioni contro le donne, Spielberg parte dalle immagini – tante e curate nel dettaglio – che contrappongono gruppi di uomini in giacca e cravatta impegnati in riunioni e donne sempre fuori dalle porte, lontane dalla stanza dei bottoni, solidali con K., che incarna il loro riscatto umano e sociale.
E contrapposte sono anche le figure di chi decide di mentire alla stampa, come fa il segretario della Difesa McNamara, quando sottolinea i progressi nello sviluppo della guerra in Vietnam che sapeva non esserci stati e si dichiara estremamente fiducioso rispetto all’esito positivo delle operazioni belliche, e chi decide di non farlo e di scontentare i potenti, come fanno le voci scomode di K., forte della sua caparbietà (ri)scoperta, e della redazione che si muove e lavora come una comunità.

«Una notizia è una bozza della storia»: e certo, quella prima pagina del Post ha fatto la storia, del giornalismo e non solo. La sfida raccolta prima dal New York Times e poi continuata da questo giornale fu premiata non solo dalla notorietà, ma anche dalla sentenza di assoluzione della Corte Suprema con la motivazione che «la stampa non è destinata a servire coloro che governano, bensì quelli che sono governati». Suonano così distanti queste parole, lontane dal modo in cui l’operato dei media viene normalmente descritto, così fuori moda, quasi il vaneggiamento di chi crede alle favole. E invece vanno lasciate risuonare, perché l’effetto immediato del ritmo incalzante di quelle immagini e di quella sceneggiatura riporta su un piano di realtà: quello il compito del giornalismo, osare. In nome della verità.

Previous post

L'Egitto al voto con il bavaglio alla stampa e la guerra ai laici

Next post

L'Aboyeur, la provocazione di Faten Rouissi al Bardo per la libertà di... ragionare