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La libertà condizionata nel Bahrain, e quel caso di tortura di cui non si parla

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Tom Malinowski

«Bahrain, il fratellino saudita, non è al di sopra dell’uccisione dei giornalisti. Nel 2011, le autorità del Bahrain hanno torturato a morte Karim Fakhrawi , il co-fondatore dell’unico quotidiano indipendente del paese, al-Wasat. L’unico motivo per cui il caso di Fakhrawi non ha mai ricevuto la stessa attenzione di Khashoggi è che il suo nome non è mai apparso in un sottotitolo di un grande quotidiano americano».

Queste dure dichiarazioni sono di Sayed Ahmed Al-Wadaei, direttore Advocacy del Bahrain Institute for Rights and Democracy (BIRD), organizzazione con sede nel Regno Unito. L’articolo apparso sul Washington Post, che raccoglie anche le dichiarazioni di Al-Wadaei, fa il punto sulla libertà di stampa e di espressione nel piccolo paese del golfo persico. Nel settembre di quest’anno, la polizia ha arrestato 169 attivisti con l’accusa di appartenenza a una presunta ‎organizzazione ‎sciita libanese Hezbollah: tra questi, anche diversi giornalisti. All’interno delle carceri di Jaw, tra scioperi della fame, denunce di maltrattamenti e torture, vengono trattenuti ancora 15 giornalisti.

Il  24 novembre scorso, giorno di elezioni parlamentari, il Bahrain è andato alle urne con circa 4.000 prigionieri politici, senza opposizione, senza media indipendenti, senza libertà e senza equità. Questo accade in un momento definito “storico”, per via delle quote rosa al governo, ma molto controverso: elezioni  definite illegittime dalla comunità europea e da tante organizzazioni internazionali per la cancellazione di Al Wafaq, partito di opposizione sciita e per la sentenza di carcere a vita, emessa in appello il 4 novembre di quest’anno dal Tribunale di Manama, nel caso di Sheikh Ali Salman, leader del partito di opposizione, accusato di spionaggio con il Qatar.

Hanno votato al primo turno il 67% degli abitanti del bahrain in un clima di boicottaggio e di sfiducia; per la prima volta nella storia governativa sarà una donna Fawzia Fainal a presiedere il Consiglio dei Rappresentati della camera bassa del parlamento; mossa politica voluta e cercata dal giovane principe saudita Mohammad bin Salman, presente il giorno del ballottaggio a Manama.

Tutto ciò accade mentre il Washington Post parla di “karma” nell’affare Malinowski: in America, il candidato democratico Tom Malinowski ha recentemente battuto il repubblicano Leonard Lance: nel nuovo Congresso, Malinowski potrebbe diventare un giocatore chiave nell’indirizzare nuove e democratiche politiche per il  Bahrain e il Golfo. Uomo di grande esperienza e conoscenza della società civile e politica del paese, nel 2014 (cioè quando lavorava per il Dipartimento di Stato) era stato dichiarato “persona non gradita” dalle autorità del Bahrain perché aveva preferito, atterrando sull’isola, incontrare il leader dell’opposizione Sheikh Ali Salman, i giornalisti sciiti e gli attivisti. Gli fu chiesto di lasciare il paese entro 24 ore; non ha mai rispettato la volontà della famiglia Al Khalifa. Sicché è rimasto in Bahrain, nella base della Marina Americana, concludendo la missione. Senza mai cedere alle richieste del governo e destando sconcerto nelle autorità e una certa ilarità e ironia tra la popolazione sciita.

Per giorni, ad Hamad Town, la seconda città del Bahrain a maggioranza sciita, i giovani hanno sventolato bandiere con il volto di Malinowski.

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