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Il Pulitzer di Lorenzo Tugnoli: la guerra in Yemen come un haiku

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«Per il brillante racconto fotografico della tragica carestia nello Yemen, mostrata attraverso immagini in cui bellezza e compostezza si intrecciano con la devastazione»: questa la motivazione che ha assegnato a Lorenzo Tugnoli il Premio Pulitzer nella sezione Feature Photography (miglior fotografia) per il suo reportage pubblicato dal «Washington Post».

Tugnoli si è formato da autodidatta sul campo, al fianco di fotografi di fama internazionale; oggi collabora con il New York Times, il Wall Street Journal, Time Magazine» e L’Espresso. Dopo l’esperienza in Afghanistan ha pubblicato, insieme alla scrittrice Francesca Recchia, The little book of Kabul, un ritratto in parole e foto degli artisti che vivono nella capitale afghana per mostrare i momenti della vita quotidiana che sfuggono alla rappresentazione mediatica di tre decenni di conflitto. Si è poi trasferito a Beirut, base ideale per continuare a indagare e documentare le conseguenze umanitarie dei conflitti.

credits @ www.lorenzotugnoli.com

«Ho vissuto in Medio Oriente per anni, ma sono ancora un estraneo. Non ho ancora il diritto di fingere di raccontare l’intera storia come farebbe qualcuno che viene da questa regione. È il mio lavoro, sono un giornalista e cerco di dire cosa sta succedendo, ma cerco di essere attento, e anche di realizzare immagini poetiche e belle. È importante essere sensibili e riconoscere la complessità di ciò che sta accadendo.»
E questo vale di certo per lo Yemen dove, dal 2011, si combatte una guerra, spesso rappresentata come una guerra civile, ma che in realtà è un’azione militare condotta da affiliazioni sciolte, ciascuna con divisioni interne, e con pressioni legate a interessi esterni, quali quelli di Arabia Saudita, Stati Uniti, Emirati Arabi e Iran.
Tugnoli ha fatto un viaggio nello Yemen a maggio 2018 e un altro tra novembre e dicembre dello stesso anno, ha attraversato la linea del fronte e ha percorso territori sotto il controllo di fazioni opposte. I suoi scatti del conflitto e soprattutto del suo disastroso impatto sulla popolazione sono diventati un racconto narrato insieme a Giulia Tornari, editor di Contrasto, l’agenzia che lo rappresenta, candidato per il World Press Photo Story of the Year.
«Lavorare nello Yemen è estremamente difficile», aggiunge Lorenzo Tugnoli. «È un Paese in cui devi muoverti attraverso varie fazioni e ci sono ostacoli burocratici da entrambe le parti. Ad esempio, ci sono voluti mesi solo per ottenere un visto. E anche quando lo ottieni, non ti è permesso avere molto tempo. Dopo lunghe trattative ci è stato concesso di andare a Hodeidah, ma ci hanno permesso di rimanere solo alcuni giorni. Guardo le mie foto al porto: sono stato lì solo per mezz’ora.» Tugnoli è andato in Yemen con il giornalista Sudarsan Raghavan, il corrispondente del Washington Post al Cairo, i cui contatti sul campo sono stati fondamentali per ottenere il visto. Ed è andato come un estraneo, senza le affiliazioni che avrebbero potuto mettere in pericolo un fotografo locale e con le varie protezioni che derivano dall’essere un occidentale. «Ci sono fotografi locali, ma ho la sensazione che stiano rischiando anche più di me stando lì», dice. «Ovviamente se un giornalista di un noto quotidiano occidentale viene rapito, tutti ne sentono parlare. Ma questo non è il caso dei fotografi locali – e i fotografi locali devono continuare a vivere lì.»

Il sostegno del Post, che ha supportato la storia, in un modo che è diventato raro nel panorama dei media contemporanei, ha permesso una copertura ampia e profonda della situazione e un’attenzione ai dettagli e alla complessità della narrazione. «È insolito per un giornale dedicare così tanto impegno e risorse in una storia, sono stato fortunato a essere quello che loro hanno scelto per farlo», ammette Tugnoli, dedicando a tutta la redazione il prezioso riconoscimento. Insolito, ma essenziale se si vuole «riassumere cosa sta succedendo e renderlo comprensibile, ma sul campo. Scoprirete che più comprendete, più avete bisogno di dire».
Tugnoli, in relazione alle critiche spesso mosse al fotogiornalismo, ha parlato della sua personale sfida di rintracciare l’equilibrio tra impatto emotivo e rispetto dei soggetti ritratti: «Cerco di raccontare la storia e comunicare l’urgenza e la tragedia, e allo stesso tempo di mostrare le persone in modo rispettoso. Quando davanti al tuo obiettivo ci sono persone deboli, sofferenti, fragili, è necessario chiedersi se la tua foto serva a qualcosa. Non puoi farla solo per vendere più copie di un giornale.»
Come ha ribadito in un’intervista a Repubblica, il senso del suo mestiere è quello di far conoscere una storia attraverso uno scatto, anche quello che c’era prima del momento immortalato, come ha imparato a fare lavorando negli archivi della Magnum: «Cerco la poesia, un elemento di mistero, un dettaglio che rimandi ad altro, alla vita prima della guerra».

E conclude: «Credo che una fotografia sia una specie di haiku: un piccolo componimento poetico.»

 

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