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La barca dei giornalisti nel mare del web: l’esempio del Post

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Cameron Barr (foto Washington Post)

Nel corso del festival del giornalismo di Perugia è intervenuto Cameron Barr, managing editor del Washington Post. Il suo intervento sullo “stato del giornalismo”, sul ruolo dei cronisti e di chi fa inchieste, sulle difficoltà e le risorse rappresentate dal web e dall’uso dei social network da parte di lettori e utenti è molto lucido e utile per riflettere sulla professione di chi lavora con le notizie. La redazione di Lsdi ha tradotto la prima parte del suo intervento, di cui vi proponiamo i passaggi salienti.

«Ci arrivano in redazione molte lettere, email, cartoline a sostegno del giornalismo indipendente. I nostri lettori ci esortano a rimanere indipendenti e ci chiedono di attivare raccolte fondi fra di loro, pur di garantirci di poter essere al di sopra delle parti. Al Washington Post pensiamo che il giornalismo faccia bene alla democrazia. E siamo orgogliosi di aver portato alla luce lo scandalo che travolse il Presidente Nixon e lo portò alle dimissioni. Ma il mondo è molto cambiato dagli anni ’70. L’universo dei media è cambiato in modo sorprendente e dirompente, siamo circondati da teorie e critiche costanti veicolate attraverso i social media da narratori alternativi che non si basano sui fatti. Le notizie scorrono veloci a ritmo sempre maggiore e inarrestabile. Ogni giorno non è più un nuovo ciclo ma un enorme contenitore di molteplici nuovi cicli. Quello che ci chiediamo, a questo punto, è se il Post sia ancora in grado di contribuire alla democrazia in modo valido. Anche in circostanze come queste a noi importa e quindi la risposta non può essere che sì».

«Io faccio il giornalista da trent’anni e, ora più che mai, sono convinto che dobbiamo pensare a rinvigorire il giornalismo americano e fare in modo che il nostro lavoro sia sempre più basato sui fatti e sul racconto delle notizie. La scorsa campagna presidenziale ha fatto crescere nel pubblico una domanda di informazione di qualità raccontata da fonti credibili e aziende editoriali note e affidabili come il Washington Post o il New York Times o altri soggetti degni della stessa attendibilità. L’elemento chiave di tutto è sempre il riferire i fatti. Per anni abbiamo usato questa definizione: il giornalismo è rivelare informazioni riservate che sono rilevanti per il dibattito pubblico e che persone potenti o pubbliche istituzioni vogliono tenere segrete. Ciò che vediamo oggi è che la narrazione rivelatrice (revelatory reporting) è la parola chiave per il successo dei media.
Negli ultimi anni abbiamo fatto diversi sforzi per trovare nuovi modi di raccontare le notizie: siamo più visuali, sperimentiamo di più, siamo più veloci cerchiamo di essere migliori nel fornire ai nostri lettori, nel modo in cui li desiderano, i nostri prodotti, dove li vogliono: nei social media, via newsletter o attraverso video. L’ambiente digitale ha richiesto cambiamenti e creatività e noi abbiamo lavorato molto per stare al passo coi tempi. Il nostro tono è molto cambiato, vogliamo che le cose siano interessanti: che è molto più difficile di come suona, detto così. Usiamo la prima persona più spesso, siamo contenti quando inventiamo una nuova forma di narrazione. Stiamo cercando di essere più trasparenti nel nostro processo di narrazione dei fatti».

Barr ha raccontato un gustoso aneddoto che rivela un nuovo tipo di fare giornalismo, con la collaborazione dei lettori. Si tratta della famosa storia della fondazione usata dal presidente Trump per risolvere i suoi problemi legali: «La cosa importante, in quel caso, era trovare il dipinto di cui si parlava (pagato con i soldi della fondazione, ndA), capire dove si trovava. Le aziende e lo staff di Trump non sono stati molto d’aiuto in questo, così un nostro giornalista ha postato ai propri follower un’immagine del ritratto su Twitter e in pochi giorni un lettore ha risposto alla richiesta, identificando il ritratto in una foto postata da alcune persone che avevano visitato un resort di Trump a Miami. Quando il nostro cronista ha avuto questa informazione, l’ha postata su Twitter.
Enrique Acevedo, anchorman a Univision, ha visto quel tweet e ha prenotato una stanza presso il Trump Hotel, che è vicino alla sede di Univision. Appena entrato, ha cominciato a chiedere al personale delle pulizie dove potesse essere il dipinto e uno di loro lo ha riconosciuto e gli ha risposto. Ed è così che abbiamo concluso la nostra inchiesta riguardo la filantropia di Trump. Acevedo aveva trovato il ritratto pagato coi soldi della fondazione benefica: nel resort Sportsbar di Miami. In altre parole, il ritratto era stato utilizzato per supportare il business di Trump. Questo aneddoto è meraviglioso, secondo me: si tratta di giornalismo investigativo UGC (user generated content), si tratta di convergenza, di tecnologia, di coinvolgimento del lettore. Tutte cose che prima non si sarebbe potuto fare».

«L’approccio del Post rappresenta la trasparenza di cui abbiamo bisogno per raggiungere e convincere nuovi lettori che quello che leggono sulle nostre piattaforme e sulle nostre pagine è verificabile ed è vero. Ma la scoperta del ritratto ci ricorda anche la nostra missione, che il core business di ciò che offriamo al nostro pubblico è raccontare i fatti».

«Siamo rigenerati da questa nuova opportunità che abbiamo davanti, gratificati dal supporto dei lettori che ci sostengono con i loro abbonamenti. La condivisione del lavoro di raccolta e ricerca dei fatti e del racconto. Siamo rispettosi delle persone di cui scriviamo, siamo accurati e giusti e sopratutto riconosciamo che il lavoro che facciamo è una necessità, in una democrazia che funziona. Lavoriamo tutti insieme. I valori dei lettori sono necessari, perché rappresentano la difesa contro l’abuso di potere. Facciamo dei nostri lettori il nostro tesoro. Siamo legati a loro perché sono i nostri difensori: il potere è sempre schierato ingiustamente contro di noi».

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