Home»Libertà di stampa»Jamal Khashoggi e quelle 24 ore ad al-Arab

Jamal Khashoggi e quelle 24 ore ad al-Arab

11
Shares
Pinterest Google+
Il primo e unico giorno di vita del canale televisivo al-Arab

Il 1 ° febbraio 2015, il primo giorno di programmazione della rete televisiva al-Arab in Bahrain, era stata prevista la messa in onda di un’intervista con il politico del Bahrain sciita Khalil al-Marzooq,  che aveva da subito affrontato le cancellazioni della cittadinanza a decine di cittadini del Bahrain. Le trasmissioni del canale erano state sospese dopo l’intervista. al-Arab è nata e morta in un giorno.
Al-Arab aveva dichiarato, all’epoca, che la sospensione era dovuta a “ragioni tecniche e amministrative”, mentre il quotidiano Akhbar al-Khaleej aveva attribuito la causa della sospensione di al-Arab al fatto che non fosse “aderente alle norme prevalenti nei paesi del Golfo”.

Il direttore del canale era Jamal Khashoggi, ex direttore di Al Watan, quotidiano dell’ Arabia Saudita. Khashoggi fu rimosso come redattore nel 2010, dopo che pubblicò un articolo in cui criticava il salafismo, movimento fondamentalista islamico della religione ufficiale saudita.

La sede del canale televisivo, tanto “desiderata” da tutta la parte dell’opposizione sciita di al-Wefaq (e dai redattori del quotidiano, ormai sciolto e cancellato, Al Wasat) era nata finalmente nella City di Manama. Giornalisti da tutto il mondo lavoravano nelle redazioni, era terminata un’era e iniziata un nuova voce politica nata nel settembre del 2011 sull’onda lunga delle primavere arabe e della rivolta mai sopita del piccolo stato del Bahrain.
Al-Arab era di proprietà privata del principe Al-Waleed bin Talal e assolutamente indipendente da “Kingdom Holding Company” e “Rotana Group” , due società controllate dal principe.
 Al-Waleed aveva annunciato, il 13 settembre 2011, il lancio di al-Arab come impresa privata personale e aveva sostenuto che il canale nasceva “ispirato dai recenti eventi politici che hanno trasformato la regione, con particolare attenzione alla libertà di parola”.

Da Al Jazeera, 9 febbraio 2015
Il Bahrein ha sospeso un canale d’informazione panaraba che ha promesso di praticare il giornalismo “obiettivo”, accusandolo di non fare abbastanza per combattere l’estremismo. Jamal Khashoggi, direttore generale di al-Arab, non è stato immediatamente raggiungibile per un commento. Di proprietà del nipote del re Salman dell’Arabia Saudita, al-Arab è andata in onda solo per  poche ore dopo aver intervistato Khalil al-Marzouq, un critico del governo e membro del partito al-Wefaq, l’opposizione sciita del Bahrain. Lo sceicco Ali Salman, leader di Al-Wefaq, è detenuto da dicembre con l’accusa di promuovere il cambio di regime con la forza, un’accusa che lui nega.

Gli articoli dell’epoca, non così lontana nel tempo, sono molti e tutti condividono la stessa linea; non c’era spazio in Bahrain, e in Saudi, per una testata indipendente voluta da Jamal Khashoggi e da Al-Waleed bin Talal, lo stesso principe tenuto dal giovane Mohammad bin Salman dal 4 novembre 2017 agli arresti domiciliari insieme a undici principi e trentotto ex ministri nell’Hotel Ritz Carlton di Riad, con l’accusa di corruzione e riciclaggio di denaro. Le autorità saudite pretesero una penale pari a sei milioni di dollari statunitensi. La scarcerazione è poi effettivamente avvenuta, il 27 gennaio 2018.

Jamal Khashoggi era un giornalista molto stimato in Bahrain. Aveva rapporti stretti  con l’Associazione dei Giornalisti Bahreniti e con la famiglia reale Al Khalifa, nonostante ciò manteneva equidistanza e ascoltava la popolazione sciita, intervistando e incontrando i leader dei movimenti di opposizione. Correva una battuta: “Se cerchi Al Wefaq, vai in ambasciata americana: troverai l’ufficio”. Erano i tempi di Jamal Khashoggi.
Era una posto ambìto da tanti giornalisti del Golfo Persico, il nuovo canale di Khashoggi. Era la nuova visione del mondo mussulmano, tanto e troppo vicina al Qatar, all’epoca già in pesante discordia con il Bahrain e, con i Fratelli Mussulmani. Solo 11 ore di apertura della televisione per parlare di un’attualità
ancora sconcertante; a oggi, le revoche della cittadinanza sono tante. Solo in Bahrain sono 749 i casi documentati.

Dietro le sbarre, gli stessi attivisti che venivano ascoltati dai giornalisti di al-Arab prima della chiusura: Ali Salman, Nabeel RajabAbdulhadi al Khawaja, con accuse ritenute assurde all’epoca dei fatti e tuttora aspramente criticate dalle più importanti organizzazioni sulle libertà di opinione e sul rispetto dei diritti umani.

Previous post

Il Tg che vorrei: a convegno la narrazione che crea benessere

Next post

Voci Scomode 2018: Free Iran? Con Farian Sabahi e i giornalisti esiliati della Maison