Home»Professione giornalista»Isis e comunicazione, la lezione di Scarante

Isis e comunicazione, la lezione di Scarante

0
Shares
Pinterest Google+
scarante
Gianpaolo Scarante

“In Francia ancora recentemente, fino al 1977, si tagliavano le teste. Al 1939 addirittura risale l’ultima esecuzione pubblica: non si parla del Medioevo, ma di ieri”. Si apre così, con lo spavento dei richiami ad un passato lontano, ma inserito nel XXI secolo, l’interessante intervento del diplomatico Gianpaolo Scarante su Isis e comunicazione, nell’incontro organizzato dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Scarante, già consigliere di legazione a Tirana, console a Dortmund, addetto economico a Tunisi, viceambasciatore a Rabat e ambasciatore ad Atene e ad Ankara, nominato “ambasciatore straordinario plenipotenziario”, diventato il più giovane della prestigiosa categoria dei 20 ambasciatori italiani esistenti, è oggi docente all’Università di Padova.

“Un’inquietudine profonda ora ci viene anche dal fatto che il teatro ‘delle operazioni’ non è più definibile – prosegue – la crisi siriana ad esempio ha ripercussioni in Australia, in Canada, ovunque.
Quella che stiamo vivendo è una fase particolarmente dinamica nelle relazioni internazionali, con conseguenze differenti rispetto al passato. Si era abituati alla crisi del Medio Oriente, ma a questa se ne sono aggiunte altre: la Siria, la Libia, ecc. e tutto ciò crea un sentimento di grande inquietudine in questo XXI secolo in cui la nostra cultura politica arriva dall’800 e dal ‘900 ed è inadeguata a spiegarci alcuni fenomeni che si sviluppano oggi”.

Il pensiero del Daesh non è una novità, l’islam in politica ha radici antiche: “quello che è nuovo è fare i conti con un’ideologia pre moderna – spiega Scarante.- L’islam non ha infatti attraversato la modernità in senso culturale, non ha avuto, come l’Occidente, il travaglio in determinati secoli. L’ideologia pre moderna viene così calata in quella post moderna di oggi, quindi è un fenomeno del XXI sec che ha aspetti molto particolari, originali”.

“Quella dell’Isis è stata definita una cultura radicale islamica mediaticamente modificata. Prende la tecnologia dell’immaginario elaborata dalla nostra civiltà, e la usa contro di noi. Il pre moderno viene calato nel post moderno di oggi di cui Isis usa i mezzi. E l’occidente non riesce a seguire questo fenomeno, non ha le capacità per comprendere bene. Ecco allora la semplificazione; si dice: sono dei banditi, ma qualcosa non torna”.

“Cultura mediaticamente modificata: perché la comunicazione non è solo lo strumento, ma in qualche modo diventa parte integrante del messaggio politico. Ricordiamo la caverna di Osama Bin Laden: immagini fisse, lui che leggeva, poco efficace dal punto di vista mediatico; difficile pensare che potesse affascinare i popoli. Rispetto al sistema mediatico dell’Isis, la caverna è lontana anni luce: tre case di produzione sfornano filmati in continuazione, visibili su internet, a volte ha anche tecnici occidentali, con montaggi interni, lunghi piani sequenza, effetti digitali. Si tratta di prodotti di grandissima qualità tecnica che vanno da promo pubblicitari, lungometraggi e persino una sorta di fiction, oltre a reportage dai luoghi occupati, con interviste alle persone che vivono sotto il Daesh; ci spiegano come si vive, quali le regole e come vanno rispettate, e con i sottotitoli in inglese. Ve n’è uno sulla vita a Kobane quando era occupata, interessantissimo, che mostra il Daesh accolto positivamente in molte zone dove è arrivato. Monica Maggioni nell’esaminare la terribile clip del pilota giordano bruciato, ha riscontrato un’immagine tecnicamente e professionalmente molto complessa, che richiede molte telecamere, l’inserimento di filmati precostituiti: una piccola o media casa di produzione italiana avrebbe difficoltà a realizzare un prodotto del genere”.

“Ho vissuto in Albania e in Tunisia ai tempi di Ben Alì: quei regimi autoritari, nei riguardi dell’informazione, avevano un atteggiamento molto preciso, chiudevano i giornali, ostacolavano internet con blocchi, interdizioni. Il Daesh fa l’opposto: impartisce ordini di non distruggere le antenne che captano i segnali internet, trasmette il segnale con camion mobili. E’ una dimensione completamente diversa: non siamo più nel XX, quando piccoli tiranni cercavano di chiudere i rubinetti dell’informazione.

Ma c’è altro. Se sul piano tecnico si è lontani anni luce dalla caverna, sul piano dei contenuti lo si è ancora di più. È interessante la comparazione fra i cosiddetti messaggi promozionali per l’arruolamento e altri filmati: i primi durano dai 5 ai 7 minuti, mostrano combattenti in sfilata, vestiti di nero, su una musica eroica, un commento in sottofondo, le bandiere che sventolano in una sorta di coreografia militaresca. Confrontando un promo dell’Isis con uno americano per l’arruolamento del corpo dei Marines, vi sono delle similitudini straordinarie: l’Isis utilizza la nostra tecnologia, ma anche la cultura e i contenuti dell’immagine per i suoi fini.
C’è stato un salto, un passaggio superiore dalla caverna di Osama, ma anche dalle due torri: lì due aerei, la nostra tecnologia, sono diventate due bombe, oggi sono diventate bombe i nostri contenuti culturali.

L’Isis racchiude in sé due fascinazioni potentissime che nel mondo hanno sempre funzionato: la rivoluzione permanente, e quella dell’Isis è soprattutto una rivoluzione morale. La seconda è la rivoluzione religiosa. Un mix fortissimo anche simbolico da non sottovalutare, che ha un potere d’attrazione, pensiamo ad esempio ai foreign fighters.

Il messaggio è: io Isis uso la vostra tecnologia, i vostri schemi culturali, i vostri messaggi, contro di voi. Questo è molto più pericoloso che lanciare due aerei contro le torri. Avendo vissuto molti anni in paesi musulmani (4 anni e mezzo in Tunisia, 4 in Marocco, 4 in Turchia) posso dire che il simbolismo nell’islam è fortissimo, ed è esso stesso contenuto.
Un esempio: il video molto forte che mostra 14 copti uccisi si apre su una lunga spiaggia, con 14 persone vestite di rosso e 14 carnefici vestito di nero. La musica è altissima, impressionante, tutto è molto drammatico. La Cia all’inizio ha bollato questo filmato come un falso digitale, e tra le motivazioni era che vi fosse una sproporzione fisica fra carnefice e vittima, poiché tutte le vittime sembravano basse e i carnefici troppo alti. In realtà, invece, era un preciso simbolismo, perché nel Corano la giustizia e il carnefice incombono sulla vittima, sul male, che non può essere al loro stesso livello: i carnefici erano quindi stati scelti alti, le vittime basse. Un messaggio raffinato per l’empatia del mondo musulmano: non perché i musulmani vogliano tagliare la testa alla gente, nella condivisione della violenza, ma per l’idea attraente di uno stato morale, ispirato al Corano, con regole certe etiche e profondamene sentite.

Anche le parole sono molto importanti – conclude Scarante – perché si dice il “sedicente” stato islamico? Come le sedicenti brigate rosse. Abbiamo paura di dire che è uno stato islamico”.

Previous post

Il lavoro agile? Un brutto Panorama

Next post

Come si parla di migranti sui media europei?