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Iraq, la libertà di stampa è ancora lontana

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iraq pressCentosessantatre giornalisti uccisi dal 1992 al 2015 e pesanti limitazioni alla libertà di stampa. Questo il contesto in cui si muovono oggi i giornalisti in Iraq. Secondo Reporter senza frontiere il Medio Oriente e il Nord Africa si confermano ancora una volta come le aree più pericolose del pianeta per la libertà di stampa. La guerra in Siria, il ritorno del regime militare in Egitto e l’estremizzazione della violenza in Iraq sono fattori determinanti non solo sulle popolazioni interne ma anche nei Paesi confinanti.

L’Iraq si posiziona al 153° posto nella classifica di RSF 2014 sulla libertà di stampa; il Paese dal 2012 è affondato in un nuovo ciclo di violenza. Le tensioni religiose tra sunniti e sciiti sono state aggravate dalla crisi siriana e, dato anche il costante ostruzionismo delle autorità e delle forze di sicurezza, ciò sta avendo un impatto negativo sulla sicurezza dei giornalisti e sull’indipendenza dei mezzi di comunicazione.

La mappa della libertà di stampa nel mondo 2015 (fonte: RSF)
La mappa della libertà di stampa nel mondo 2015 (fonte: RSF)

In Iraq – si legge nel rapporto di Reporter senza frontiere – i giornalisti sono presi di mira dalle milizie armate, l’Isis ha iniziato a compiere azioni contro i media alla fine del 2013, quando ha attaccato il quartier generale di Salaheddin TV nella città settentrionale di Tikrit, uccidendo cinque giornalisti.
Anche a Mosul, sempre alla fine del 2013, sono stati freddati cinque giornalisti. Due cameramen impiegati da stazioni locali, Alaa Edward Boutros di Ninive Al-Ghad e Bashar Abdulqader Najm al-Nuaymi di Al-Mosuliya, sono stati colpiti vicino alle loro case, il primo alla fine di novembre e la seconda a fine ottobre. E due giornalisti di Al-Sharqiya, il cronista Mohamed Karim Al-Badrani e il cameraman Mohamed Al-Ghanem, sono stati uccisi mentre registravano a Mosul all’inizio di ottobre. Nawras Al-Nuaimi, una giovane presentatrice della tv Al-Mosuliya, è stata colpita vicino alla sua casa a Mosul un mese dopo. Nessuno è stato arrestato per questi omicidi (per l’elenco di tutti i giornalisti uccisi in Iraq dal 1992 si veda qui).
Benché la Costituzione irachena garantisca la libertà di espressione e dei mezzi di comunicazione (per quanto subordinati al rispetto dell’ordine pubblico e della moralità) la libertà di stampa risulta limitata, in pratica, dalla minaccia della violenza.

Secondo Freedom house (l’osservatorio sulla diffusione della libertà di stampa a livello mondiale) i funzionari di governo spesso accusano di diffamazione i giornalisti, con il risultato che l’autocensura è molto diffusa. Inoltre la libertà di stampa è limitata dalla possibilità dello Stato di mettere a tacere gli oppositori revocando licenze televisive, arrestando giornalisti e mettendo in atto varie azioni di intimidazione. I giornalisti più critici nei confronti del potere continuano a subire arresti, minacce e attacchi in Kurdistan, come testimonia l’uccisione del giornalista Kawa Garmyane, che aveva accusato di corruzione i dirigenti dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK).
“Ho dovuto abbandonare l’Iraq perché temevo per la mia vita. Scrive Oday Hatem, giornalista iracheno, avvocato e cofondatore Press Freedom Advocacy Association – ma ho condotto decine di interviste con giornalisti iracheni che lavoravano all’interno del paese, con le famiglie di giornalisti rapiti, e gruppi locali per i diritti umani, per capire meglio quanto danno Stato islamico stia facendo ai miei colleghi nel Paese. Da quello che ho scoperto il mese scorso, fino all’inizio di aprile, più di venti giornalisti e lavoratori dei mass media iracheni erano scomparsi o detenuti in mano allo Stato islamico. Ho anche sentito racconti di come i gruppi militari abbiano picchiato i giornalisti, anche fustigandoli, come abbiano occupato i loro uffici e confiscato e venduto le attrezzature dai canali televisivi locali”.

Parleremo di Iraq con Lucia Goracci e Laura Silvia Battaglia, giovedì 23 aprile a “Reportage dall’Iraq”.

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