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Inviati in… the wrong place: il caso Rocchelli e Mironov diventa un doc

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Truppe militari in difesa dei confiniCapita che fai il giornalista di guerra, capita che ti trovi in mezzo alla linea di fuoco. Capita che muori. E capita a volte – poche – che ci sia un processo. Parte proprio da qui, dalle carte processuali, l’inchiesta-documentario The wrong place di Cristiano Tinazzi, collaboratore Esteri del Messaggero e della televisione svizzera, specializzato in aree di guerra e di crisi (è stato in Libano, Iraq, Siria, Afghanistan, Libia, Sud Sudan, Ucraina, Filippine, Ruanda. Ha seguito la crisi dei migranti e dei rifugiati in Italia e nel Mediterraneo).

Quello che sembrava un caso penale unico nel suo genere – procedimento giudiziario e condanna di un soldato ucraino accusato di avere ucciso dei giornalisti – si è rivelato via via un caso pieno di ombre. Ma facciamo un passo indietro. Siamo nel 2014, in Ucraina, i combattimenti tra forze separatiste filorusse ed esercito di Kiev imperversano e molti giornalisti si trovano sul campo per documentare gli scontri. Tra loro vi sono il fotoreporter Andrea Rocchelli e il suo interprete Andrej Mironov, scrittore e dissidente, molto attivo nella difesa dei diritti umani. È il 24 maggio quando vengono uccisi nel Donbass, nell’Ucraina orientale. Il processo, svoltosi in Italia, condannerà a 24 anni di prigione il soldato Vitaly Markiv. La storia sembra chiusa. O no?

Ne abbiamo parlato con Cristiano Tinazzi che, con i colleghi Ruben Lagattolla, Olga Tokariuk e Danilo Elia, sta finendo di realizzare il videoreportage The wrong place. Perché, a volte, capita davvero di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Perché hai deciso di raccontare questa storia?
«Perché molte cose non tornano. Sembra che Rocchelli e Mironov siano stati vittime di un agguato: quel giorno si erano recati in una zona industriale, in cui vi erano diversi combattimenti tra regolari e separatisti. Su di loro vengono sparati colpi di mortaio. Ma secondo noi la ricostruzione non è chiara. Nel 2016, inizia l’indagine del tribunale di Pavia. E nel 2017 viene arrestato questo soldato con la doppia cittadinanza italiana e ucraina, Vitaly Markiv, accusato di avere preparato un agguato. Ma chi è esperto di zone di guerra trova strano che si sia organizzato un agguato del genere per assassinare dei giornalisti. Un agguato non è un colpo accidentale. Alla fine, Markiv viene accusato di avere fatto da “palo”, da osservatore: era a circa 1800 metri di distanza, sulla collina.
Ci doveva essere una catena di comando, ma lui – un soldato, non un comandante – è stato l’unico condannato per concorso in omicidio.
È sicuramente un caso giudiziario unico. Ma per noi si tratta di un processo indiziario. L’accusa non è mai andata sul posto a fare dei rilievi, noi invece siamo andati e abbiamo fatto vari test di visibilità, abbiamo addirittura trovato due testimoni che non sono mai stati sentiti in tribunale (l’autista del taxi che li aveva accompagnati e un altro civile); abbiamo fatto una mappatura dall’alto, con un drone; abbiamo fatto prove di tiro con alcuni tiratori scelti».

Andrej Mironov e Andrea Rocchelli
Andrej Mironov e Andrea Rocchelli

E a voi, quindi, cosa risulta?
«Che da quel punto non c’era visibilità sulla strada. E le testimonianze che abbiamo raccolto contrastano con quando affermato da William Roguelon, il giornalista francese che viaggiava con loro. In conclusione, per noi la persona in carcere non è responsabile dell’agguato. C’è anche un video in cui si sente Mironov dire: “Siamo finiti in mezzo a un conflitto a fuoco, appena possibile ce ne andiamo”. La situazione, per noi, è più confusa e incerta di quanto mostrato dal processo. La volontà di trovare un colpevole è andata oltre il ragionevole dubbio. Si è puntato sul fatto che fosse un agguato ordito per colpire la stampa, ma in zone di guerra non funziona così. Secondo noi, questa non è una sentenza giusta nemmeno per i morti».

Quali ostacoli avete trovato nel girare questo documentario?
«Abbiamo costituito un pool di persone con diverse specializzazioni, consulenti militare, tecnici specializzati. Abbiamo realizzato 23 interviste con giornalisti internazionali (ma non siamo riusciti a intervistare nessun giornalista italiano) e con persone che li conoscevano, che li avevano ospitati a casa».

Tu hai lavorato in molte zone di guerra come freelance – lo stesso Rocchelli lo era- Quali sono le difficoltà che devono affrontare i giornalisti freelance in guerra?
«La maggior parte di chi lavora in teatri di guerra è freelance. Capita, ad esempio, che i fotografi stiano tutta la notte ad aspettare lo scatto giusto e poi arrivi il fotografo di una grande agenzia e tutto il loro lavoro vada sprecato, perché la foto che verrà usata sarà comunque quella dell’agenzia. La guerra in Ucraina, in quegli anni, era quella che definisco una guerra “a basso costo”: c’era abbastanza libertà di movimento ed erano bassi i costi per arrivarci e starci. Quindi molti giornalisti ci andavano per “farsi le ossa”, perché andare in prima linea serve a vendere di più. Ciò accade soprattutto nel mondo dei fotografi: sono tanti, spesso senza equipaggiamento (giubbotto antiproiettile, elmetto, kit di primo soccorso). Il tema della sicurezza non è mai stato molto considerato dai giornalisti di guerra, soltanto negli ultimi anni ha iniziato a svilupparsi a partire dal mondo anglosassone, dove le troupe hanno sempre una persona in più, ad esempio un militare, che si occupa della sicurezza».

È un mestiere che paga?
«Uno su cento guadagna. Solo il fotografo “top” lavora. Il grosso dei freelance parte senza nessun accordo con una testata e, se va bene, va in pari. Ci si può chiedere se valga la pena rischiare una pallottola per fare esperienza. Non c’è bisogno di rischiare la vita in prima linea, ci sono tante cose da raccontare anche lontano dal fronte. Ma a volte si cerca di andare il più vicino possibile all’azione per avere qualcosa di diverso dagli altri, soprattutto nel campo della fotografia. Quando fai il giornalista di guerra come freelance devi considerare tutti i costi (macchina, volo, assicurazione, mantenimento), a volte devi percorrere centinaia di chilometri per fare interviste. Non ti puoi ammalare, perché anche se sei malato devi comunque portare a casa la storia».

Tu hai anche creato il War Reporting Training Camp, in cui insegnate alcuni comportamenti da tenere nell’emergenza. Come è organizzato?
«Dal 2015 organizziamo ogni anno un corso di una settimana in Valle d’Aosta in cui insegniamo elementi di primo soccorso, abbiamo psicologi ed esperti di orientamento. È aperto a tutti, fotoreporter, giornalisti videomaker, ma anche manager che si debbano recare in zone a rischio. È l’unico corso Hefat in Italia (Hostile Environment and First Aid Training) cioè su primo soccorso e consigli su come gestire le emergenze (minacce di stupro, prigionia, sequestro, riconoscimento delle armi)».

Per sostenere la produzione del documentario è stata attivata una campagna di crowdfunding, si può contribuire qui.

 

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