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Inviati di guerra tra sicurezza e nuovi media

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WP_20150508_003Inviati tra guerra e dialogo, questo il tema dell’incontro che ha visto protagonisti Lucia Goracci, Francesca Paci, Vera Schiavazzi, Danilo Elia al Festival della TV e dei nuovi media conclusosi domenica 10 maggio a Dogliani, in provincia di Cuneo.

I conflitti sempre più pongono il problema della sicurezza per l’inviato in guerra. La linea del fronte non è più netta come nel passato e anche i giornalisti sono un obiettivo. “Non era così fino agli anni ’90 – spiega Lucia Goracci, inviata della redazione esteri a Rainews24, principalmente del Medio Oriente – Certo i giornalisti morivano anche prima, ad esempio nelle guerre balcaniche, ma “per caso”, non erano uccisi apposta per il fatto di essere giornalisti”. Come si garantisce la sicurezza? “Cercando di appoggiarsi a persone fidate, con cui si ha già lavorato (per quanto riguarda autisti, interpreti ecc) e facendo rete con i colleghi, sapendo che stai in mezzo a due propagande contrapposte, dei governi e dei ribelli. Anche il citizen journalism è – magari inconsapevolmente – partisan journalism e bisogna poi tenerne conto quando si riportano le informazioni”.

“Non poter raccontare da vicino i conflitti li rende meno comprensibili – aggiunge Francesca Paci, corrispondente della Stampa da Londra e Gerusalemme) Oggi si parla di Libia perché l’Italia ha interessi geopolitici in quella zona. Ma i conflitti censiti oggi nel mondo sono 65, tra guerre, guerre civili e altra forme di conflitto a bassa intensità. La maggior parte sono in Africa, Asi, Medio Oriente. Ma anche in Europa, in Ucraina.
Il Mediterraneo stesso è zona di guerra, poiché anche le agenzie internazionali concordano nel dire che il 70% di chi arriva con i barconi sulle nostre coste sta scappando dalle guerre”.

Anti-government protesters carry an injured man on a stretcher in Independence Square in KievA volte la guerra non la vai a cercare, ma ti càpita. È quello che è successo a Danilo Elia, giornalista freelance di viaggi e di “spazio post-sovietico”, come si definisce. “Non volevo essere un reporter di guerra – spiega – in Ucraina la guerra mi è capitata. Oggi, anche se ufficialmente è in corso una tregua, si muore lo stesso, in numeri minori: qualche persona colpita da un colpo di mortaio oggi, qualcun altro domani. Unità e pace sono venute meno da un giorno all’altro. E il dialogo non riesce proprio a nascere dove c’è guerra”.

Come vivono gli inviati di guerra, quali sono i problemi che devono affrontare e come li risolvono? “La differenza principale tra l’inviato dei media mainstream e un freelance – dice Elia – si vede prima di tutto nella diversa disponibilità di mezzi: ad esempio il freelance non può permettersi di pagare il fixer, cioè colui che ti aiuta a parlare la lingua, ha i contatti, guida, conosce i posti ecc.
Forse il freelance ha un po’ più di libertà perché non c’è un direttore che ti dice quali storie raccontare e quali no, ma hai il problema di trovare chi ti comprerà il servizio che hai prodotto”.

“La discriminante – aggiunge Francesca Paci – non è tanto tra giornalista di staff e giornalista freelance, ma è la professionalità. In Italia si fa come si può, ma in altri paesi, come l’Inghilterra, fare il freelance può essere vantaggioso anche economicamente. Sta di fatto che la maggior parte dei giornalisti ammazzati sono freelance, e questo sia per un problema di costi (non può acquistare l’attrezzatura che gli servirebbe, come il giubbotto antiproiettile, il casco) sia perché mentre il giornalista mainstream viene fatto rientrare quando la situazione si aggrava, invece il freelance resta sul campo, perché deve portare a casa il servizio. Il problema principale è chi si improvvisa e non ha professionalità, mette a rischio sé e gli altri, anche nel settore umanitario chi si improvvisa fa male”.

La guerra, e l’impossibilità di garantire la sicurezza degli inviati, ha fatto sì che molti fossero richiamati in patria. La Rai ha lascito la Libia e così altri. Per dare notizie su quei territori ci si affida a Internet, con il problema di verificare le notizie.
Ma c’è bisogno di giornalisti che continuino a raccontare in modo critico e a fare da filtro. I social media sono privi di filtro, girati da gente emotivamente coinvolta. Alimentano l’odio e allontanano il dialogo.

yazidi in fuga dall'Iraq
yazidi in fuga dall’Iraq

Ci guida la paura – commenta Lucia Goracci – . E forse non stiamo raccontando bene quello che succede in Medio Oriente. Se la paura è generalizzata significa che non stiamo facendo bene. Solo quando vai sul campo, quando ad esempio ripercorri a ritroso la strada che hanno fatto i profughi yazidi in fuga, in salita, in montagna, abbandonando dietro di sé libri e vestiti per alleggerirsi nel cammino, ecco, solo allora puoi forse riuscire a spiegare che le prime vittime solo proprio le popolazioni di quei luoghi. E riesci a far capire che le persone che stanno scappando non sono una minaccia. Non amo sposare le cause e non amo il giornalismo a tema, ma posso dire che queste persone avrebbero il diritto di ottenere lo status di profugo prima di partire e non quando arrivano, stremati, sulle nostre coste”.

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