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Libertà di fare cronaca: dai giudici un aiuto prezioso

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Non è necessario scandagliare le coste del Mediterraneo per trovare ferite alla libertà di stampa. Anche in un Paese come il nostro si assiste a un fenomeno relativamente nuovo, figlio di fattori eterogenei come i cambiamenti tecnologici e le mutate abitudini del pubblico, la crisi economica, la frammentazione dell’offerta informativa: lo ha sottolineato, nell’indifferenza generale, il dossier di LSDI (Libertà di Stampa, diritto all’informazione) nel suo rapporto sul giornalismo in Italia.

Gli utenti dei media tradizionali sono sempre meno numerosi. I giornalisti che lavorano con un contratto, pure. Informare, insomma, è un mestiere sempre più in mano ai freelance: il lavoro giornalistico autonomo, ormai, rappresenta più del 65% del totale. Non è una novità: il peso dei giornalisti precari, rispetto a quelli assunti, è diventato sempre più evidente negli ultimi anni, con conseguenze molteplici e spesso nefaste, delle quali il Caffè si è occupato con approfondimenti e inchieste. L’esito più evidente di questo spostamento di lavoro, dalle redazioni ai collaboratori, è l’instabilità economica, che si è provato (inutilmente) a risolvere con il provvedimento sull’equo compenso. Ma non è l’unico effetto collaterale di questo prosciugamento della pozza d’acqua per chi fa informazione. In questi anni, infatti, abbiamo testimoniato un innalzamento preoccupante delle minacce alla libertà di stampa, ben condensate dalla Onlus Ossigeno in un lavoro intitolato “Taci o ti querelo”. Fare causa a un giornalista, soprattutto se si usa lo strumento della richiesta di risarcimento in sede civile, è un’arma formidabile in mano a chi ha interesse a legare le mani a cronisti e reporter: se, infatti, un giornalista non gode più della protezione (anche finanziaria) di un editore, rischia di dover pagare di tasca propria cifre esorbitanti, se condannato in un processo civile. Ed è ciò che accade ai freelance, in massima parte: a fronte di articoli pagati pochi euro, succede che vengano chiamati a rispondere del loro lavoro per cifre milionarie.

Si tratta del fenomeno delle querele temerarie, una potentissima leva monetaria e psicologica per frustrare la volontà di informare i cittadini su faccende “scomode” e, alla lunga, per esercitare un potere di autocensura: il giornalista privo di protezione, conscio del rischio di incorrere in cause legali potenzialmente devastanti, rinuncia al suo diritto-dovere di cronaca. In Italia, come abbiamo già avuto modo di raccontare, non esiste una legislazione in grado di contrastare in maniera seria ed efficace il ricorso alle querele-minaccia: il Parlamento si è colpevolmente disinteressato di una legge che, dopo mesi di “rimbalzi” tra Camera e Senato, è rimasta ferma in qualche cassetto della Commissione. Il nostro Paese, nonostante le prese di posizione ufficiali e un dibattito antico, non è ancora riuscito a sistemare la questione, né – per il vero – a cancellare la previsione del carcere per il reato di diffamazione aggravata dal mezzo stampa. Tanto che, ancora una volta e come abbiamo recentemente osservato, è un organismo europeo come la CEDU (Corte Europea Diritti dell’Uomo) a intervenire quando un giornalista di uno Stato membro lamenta una lesione delle sue prerogative: un cammino che tanti giornalisti italiani stanno percorrendo, non trovando appigli nella giustizia nazionale.

Ma tutto ciò non basta. Anche se, finalmente, la magistratura italiana sembra essersi accorta del problema. Ed è una piccola vicenda locale a segnare un cambio di rotta: quella di due giornalisti della testata Calabria Ora, che hanno avuto giustizia dopo anni di preoccupazioni e affanni. Si tratta di Lucio Musolino, che era stato citato in giudizio insieme al suo direttore dal governatore regionale Giuseppe Scopelliti. Il rilievo della sentenza che ha assolto il giornalista calabrese sta nel passaggio in cui il giudice riconosce come la richiesta risarcitoria avanzata dal politico (un milione di euro!) non fosse solo sproporzionata, ma anche tale da esercitare una pressione ingiusta sul giornalista. Una pretesa«totalmente infondata già alla lettura degli articoli e […] rilevantissima, priva di riferimenti a qualsiasi parametro di liquidazione di danni da diffamazione correntemente determinato dalla giurisprudenza nazionale, idonea per la sua entità ad intimidire il destinatario». Motivo per cui, nell’assolvere Musolino, ha condannato il governatore al pagamento di 23.000 euro alla controparte.

In attesa del famigerato “Ddl diffamazione,” bloccato da anni, la notizia è che sono i magistrati a iniziare a muoversi prima della politica, mostrando una nuova sensibilità nei confronti di chi, spesso senza lo scudo di un editore, si trova a fronteggiare cause penali e civili in grado di stroncare una carriera e di rovinare la vita a cronisti che – questo indicano gli ultimi dati disponibili – ricavano dalla loro attività, sì e no, 10.000 euro lordi all’anno. Meno di quanto sia necessario per sopravvivere.

 

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