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Inchiesta o buco della serratura? Il caso delle confessioni su QN

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confessLa notizia dell’assoluzione di quattro giornalisti svizzeri, condannati nel loro Paese per violazione della riservatezza e “salvati” dalla Corte europea, ha rilanciato un argomento molto dibattuto: è lecito che un giornalista si travisi o che utilizzi strumenti-spia per carpire informazioni? La pronuncia del tribunale di Strasburgo sembra aver aperto uno spiraglio, avendo mandato assolta una cronista che si era finta cliente di un’assicurazione e aveva filmato di nascosto un professionista disonesto in nome dell’interesse pubblico a conoscere le pratiche illecite di alcune aziende.

Ma quale risposta ci si deve attendere, se il reporter si finge un fedele della chiesa cattolica e registra conversazioni in confessionale? È quanto accaduto sul QN (Quotidiano Nazionale), con la scelta di mandare una giornalista (Laura Alari) a colloquiare con vari parroci, registrando gli incontri e pubblicando un’inchiesta in quattro puntate che evidentemente mirava a dimostrare quanto i preti “di strada” siano vicini al comune sentire dei credenti e distanti, nel privato, dalla dottrina della chiesa cui appartengono.

La vicenda, per il vero, ha almeno due precedenti illustri. Nel 1973, quando ancora non era stato indetto il referendum sull’aborto promosso dai radicali, era uscito un volume intitolato “Il sesso in confessionale” (ed. Marsilio), che conteneva centinaia di dialoghi registrati clandestinamente e analizzati da Norberto Valentini e Clara di Meglio. La vicenda suscitò clamore, in un periodo di forti agitazioni sociali, di lotte femministe e di un – ai tempi – embrionale movimento per l’emancipazione dalla morale cattolica nella società.

Nel 2007, il settimanale l’Espresso aveva incaricato alcuni suoi giornalisti di girare varie chiese sul territorio nazionale fingendosi fedeli e stuzzicando i confessori sui temi più caldi: l’aborto, l’omosessualità, la droga, la famiglia, la fecondazione assistita. L’inchiesta mirava a dimostrare, a differenza del (talora presunto) progressismo di papa Francesco, la distanza tra la dottrina dell’allora pontefice Benedetto XVI e la prassi contemporanea del “buon senso comune” della maggioranza del clero di base.

Il direttore di QN, Andrea Cangini, ha difeso la sua scelta: «Capisco le proteste del clero, ma quando un giornalista è d’inchiesta quasi sempre viola la deontologia, fa parte del nostro lavoro. I documenti che abbiamo pubblicato hanno un valore oggettivo e non c’era altra strada per averli». Tuttavia Avvenire ha raggiunto il presidente dell’ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, che ha criticato duramente il comportamento della giornalista di QN e del suo direttore: «Non si può fare, deontologicamente è molto grave. Ma tra l’altro che cosa voleva documentare? Che cosa ha trovato? Dei sacerdoti che sono fedeli al magistero della Chiesa e con estrema umiltà si pongono al fianco della persona, la comprendono fino in fondo, cercano assieme a lei il modo migliore e più umano per affrontare i problemi. E per ottenere questo occorreva calpestare in un colpo solo la deontologia professionale e un sacramento?»

 

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