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In Siria giustizia fa rima con libertà

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Mazen Darwish, fondatore e presidente del Syrian Center for Media and freedom of expression

«È giunto il momento per la comunità internazionale di fare il suo dovere e di non lasciare che la giustizia venga messa da parte durante i colloqui di pace di Ginevra in nome degli assetti politici – così parla Mazen Darwish, fondatore del Centro siriano per i media e la libertà di espressione (SCM) – La giustizia rimane l’arma più forte per frenare la violenza, combattere il radicalismo e consentire ai rifugiati siriani di tornare a casa».

Ma che cos’è e come lavora il centro siriano per i media e la libertà di espressione? Ce lo spiega Naline Malla, responsabile comunicazione del SMC.
«Il SCM è un’organizzazione indipendente della società civile siriana attiva dal 2004, incentrata sulla promozione della democrazia, dei diritti fondamentali e della giustizia transizionale in Siria. Il centro è membro della Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), dell’International Press Institute (IPI), del Fondo Globale per lo Sviluppo dei Media (GFMD) e del Gruppo di Coordinamento della Giustizia di Transizione. Dal 2010 SCM ha un ruolo consultivo presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC).
Fin dai primi anni del 2000 è stata una delle poche organizzazioni attive in Siria, ha seguito e monitorato i media e le violazioni della libertà di parola all’interno del paese, e ha condotto numerosi studi anche rispetto alla censura su Internet.

Mobilitazione internazionale ai tempi della prigionia di Darwish

Questi argomenti hanno causato al SCM molte molestie, che sono cresciute nel 2012 e sono finite con le forze di sicurezza dell’intelligence che fanno irruzione nel centro, chiudono l’ufficio e arrestano alcuni membri di SCM, compreso Mazen Darwish, capo del Centro che ha trascorso anni dietro le sbarre, fino a quando è stato rilasciato alla fine del 2015».
Dal 2016 le sue attività sono riprese più intensamente, in Siria e all’estero.

Da chi è comporto il vostro gruppo?
«Oggi, nonostante la natura seria e pericolosa del nostro lavoro, siamo una rete di 17 membri, uomini e donne, avvocati, giornalisti, attivisti, specialisti di comunicazione, di diversi ambiti, che credono nella diversità e nella parità nella società siriana . Stiamo lavorando insieme come una squadra per promuovere i principi della pace e della riconciliazione nella società siriana e per sostenere la causa siriana nei forum internazionali».

Quali sono i vostri obiettivi principali e come vi finanziate per raggiungerli?
«Il SCM è un’organizzazione senza scopo di lucro, i suoi programmi sono finanziati dai partner internazionali e europei delle organizzazioni per i diritti umani.
L’obiettivo del nostro lavoro è quello di fornire valore aggiunto al contesto siriano. Scegliamo attentamente i nostri argomenti, facendo attenzione non duplicare il lavoro di altre organizzazioni che lavorano su temi simili, in modo da poter orientare i nostri sforzi dove è più necessario».

Il centro lavora per migliorare la sicurezza dei giornalisti in Siria e per sostenere lo sviluppo di media liberi e professionali. «Pensiamo che la presenza di una società civile attiva e di mezzi di informazione oggettivi, indipendenti e critici sia indispensabile per lo sviluppo di uno Stato civile e democratico in Siria». Documentano violazioni, raccolgono testimonianze e istruiscono i casi da portare alla giustizia.
Il SCM ha già sostenuto più di cento casi in difesa delle vittime dell’oppressione governativa. Come il caso di Tal al-Mallohi, un blogger arrestato nel 2009 quando aveva 17 anni e condannato a cinque anni per spionaggio. Tal al-Mallohi è ancora recluso, nonostante siano ormai trascorsi i cinque anni dalla sua condanna. O come Khalil Maatouk, un avvocato dell’unità legale di SCM, scomparso a Damasco nell’ottobre 2012 e detenuto arbitrariamente da allora.

Dal 2011 il conflitto sanguinoso che si sta vivendo in Siria ha fatto emergere linguaggi sempre più violenti, in cui si incita all’odio, all’omicidio e alla distruzione.

Il SMC ha tra i suoi programmi un Hate Speech Observatory, un osservatorio sul linguaggio d’odio, di che cosa si tratta?
« Attraverso questo programma, vogliamo contribuire al raggiungimento della pace civile nei media di Siria, riducendo l’uso di un linguaggio che incita all’odio e quindi il suo impatto distruttivo sulla società siriana. Quest’anno stiamo valutando la portata di questo genere di linguaggio nei media siriani e vogliamo sensibilizzare la comunità dei mass media siriana sulle cause, le conseguenze e modi per affrontare la questione del cambiamento di linguaggio».

Oltre all’Osservatorio, una delle attività preminenti del SMC è la “Casa dei giornalisti”, ci spiega in che cosa consiste?
«In questo programma ci focalizziamo sui lavoratori dei media e sulla loro protezione e sicurezza. A tal fine documentiamo le violazioni nei loro confronti. Agevoliamo l’accesso a meccanismi di supporto come l’assistenza medica o l’assistenza per raggiungere un posto sicuro nei casi in cui siano minacciati a causa del loro lavoro».  I piani per il futuro? «Vogliamo fornire alla comunità dei mass media siriani un pacchetto completo di servizi di supporto – conclude Naline Malla – per aiutarli nello sviluppo di valori e principi professionali. Vogliamo concentrarci sulla protezione di coloro che lavorano in questo settore».

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