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In guerra, l’arma totale è quella dei media

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Finché c’è guerra c’è notizia e notizia”, titolava un contributo del giornalista Giampaolo Cadalanu a un Quaderno speciale di Limes del 2012, dedicato ai mezzi di comunicazione di massa come strumento e terreno di scontro dell’agenda delle grandi politiche mondiali. Che il controllo dei media fosse un’arma potentissima non è una novità – era ben chiaro a dittatori di ogni epoca e colore – ma più recente è la scelta strategica di gruppi terroristici di specializzarsi nell’uso dei nuovi media, in particolare, assumendo il ruolo di veri protagonisti della comunicazione.

An image of John Cantlie taken from the video.Nei giorni scorsi si è discusso del nuovo video che riprende il giornalista britannico John Cantlie, da due anni prigioniero dell’Is, mentre racconta una versione molto parziale (la sua?) della situazione nella città siriana di Kobane. Non è il primo video come “cronista-ostaggio”. Ne ha girati altri 5, vestito con una tuta arancione che richiama alla mente le divise dei detenuti a Guantanamo, riversando parole di risentimento nei confronti della Gran Bretagna, che lo avrebbe abbandonato scegliendo di non negoziare il suo rilascio.

Lend me your ears”, “Prestami ascolto”, titolavano. E suonavano come un’implorazione, una richiesta d’aiuto disperata. Nell’ultimo reportage – se così lo si vuole definire – Cantlie, da quello che afferma essere il confine tra Siria e Turchia, si lancia in un resoconto dei combattimenti con il tono di una propaganda neanche apparentemente dissimulata.

Direttamente dal campo, la barba più lunga, vestito con una tunica nera, si rivolge alle telecamere come se i destinatari fossero gli spettatori di un tg: «È solo una questione di tempo e la città di Kobane cadrà nelle mani dei mujaheddin», «le zone a est e a sud sono ormai completamente nelle mani dell’Is», «nella città vedo solo un gran numero di mujaheddin e certamente non sono in ritirata», «contrariamente a quello che i media occidentali vogliono farvi credere, non c’è una guerra totale qui al momento», «l’America cerca di far diventare Kobane un simbolo della vittoria della coalizione, ma loro sanno – e lo sanno anche i mujaheddin -che con tutta la loro potenza aerea e le forze di terra questo non è sufficiente per sconfiggere lo Stato Islamico».

È difficile pensare che Cantlie creda alle parole che ha pronunciato, che ritenga di compiere il suo mestiere, raccontando la verità. Come può essere obiettivo un ostaggio? Si può forse immaginare cosa ci sia, dietro quello che viene spacciato per un collegamento dal campo. Né ci si può aspettare che lo spettatore gli creda. Ma non è a lui che si rivolge: non è un servizio, è uno spot per reclutare nuovi jihaidisti occidentali. Informare è l’ultima delle preoccupazioni.

Nel video, Cantlie si guarda intorno e ironizza sul fatto che non ci sia neppure un giornalista occidentale nei paraggi. Denuncia la BBC per aver diffuso la notizia di un imminente ritiro dell’Is, sostiene che i giornalisti – assenti dal campo – ricevano informazioni dai comandanti curdi e dai responsabili dei rapporti con la stampa della Casa Bianca e che nessuno di loro abbia intenzione di dire la verità.

Bridget Kendall, corrispondente della BBC, alla pubblicazione del video ha commentato: “Sembra un reporter di guerra. Ma è un ostaggio”. Costringendolo a fingersi inviato di guerra per avere salva la vita, i suoi rapitori lo hanno umiliato come persona e come professionista, rendendolo quasi caricaturale.

In un articolo molto intelligente su Repubblica, Vittorio Zucconi scrive: “Cantlie, nel suo disperato ‘pezzo’ dall’interno della propria fine, ben filmato, ben illuminato e girato chissà quando – si direbbe con uno smartphone dotato di HD – fa immaginare un ebreo internato ad Auschwitz che avesse dovuto fare un filmino per spiegare che i campi di sterminio erano propaganda, che Hitler stava vincendo la guerra, che il pubblico americano o europeo era vittima della propaganda. […] E se nessuna guerra, in nessuna epoca e in nessun luogo, è mai innocente di propaganda, di montature e di bugie, la disumanità di questi criminali, insieme barbari nella cultura e sofisticati nell’uso dei nuovi media e della rete, è forse più oscena nella recitazione di Cantlie che nella macellazione delle vittime”.

Si legge, nei gesti di Cantlie, un’enfasi eccessiva che non compete alla sua professionalità di cronista, usa un linguaggio ridondante più adatto a un attivista che a un inviato, per la sua esperienza di comunicatore è stato indotto a costruirsi una trappola con le sue stesse mani. Si è reso complice della disinformazione strategica voluta dai suoi committenti, che hanno scelto di usare la visibilità come arma totale.

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