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Illuminare la realtà che ci circonda

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belpoliti“Banalità e terrore mi lasciano allo stesso modo esterrefatto”, confessa Marco Belpoliti, scrittore, docente e giornalista de La Stampa e L’Espresso, durante la presentazione del suo ultimo libro, “L’età dell’estremismo”.
La nostra è infatti un’epoca di enorme sviluppo tecnologico e di grande euforia produttiva, ma al contempo di ripiegamento su se stessi e di “terrore”. Belpoliti ha il grande pregio di riuscire a raccontarcela e a descrivere il nostro tempo, così mutevole, veloce, globale. E non è cosa affatto scontata, considerato che spesso la densità di eventi, pensieri, situazioni lascia addosso la sensazione di un ritardo notevole nella lettura della contemporaneità.
Ma da fine intellettuale qual è, profondamente immerso nella realtà, non ha paura di sollevarsi grazie all’intuizione e di cogliere una visione d’insieme dalla massa spropositata di informazioni che quotidianamente ci tempesta.
Sei un ipertesto vivente“, lo addita scherzosamente Mario Calabresi, intervenuto alla presentazione al Circolo dei Lettori di Torino. Fa riferimento al fatto che il suo narrare è un continuo richiamo ad altro. E poi lo paragona a un archeologo che deve ricomporre i frammenti di una civiltà: il suo lavoro in “L’età dell’estremismo” è proprio una missione archeologica sui nostri ultimi quarant’anni di vita, un’operazione che vuole restituire ordine e senso alla nostra storia recente. “Il tentativo – spiega l’autore – è stato quello di accostare delle tessere per cogliere nella prossimità similitudini e differenze“.

Il libro di Belpoliti fa ciò che dovrebbero fare i giornali oggi“, continua Calabresi. “Illuminarci la realtà che ci circonda“. Il direttore de La Stampa lamenta, infatti, la bulimia di informazioni alla quale il mondo contemporaneo ci costringe. Ricorda come un tempo la “dieta informativa” seguisse i tempi della tavola: a colazione il giornale radio, a pranzo la lettura del quotidiano – fatta con scrupolo, dall’inizio alla fine, non “assaggiato” qua e là -, infine a cena il telegiornale e la ripresa del quotidiano, nelle parti non ancora approfondite.
C’era il tempo di assimilare, non esisteva un monitoraggio costante degli eventi.
Oggi, invece, è il tempo di un eterno happy hour“, insiste Calabresi. “Si spilluzzica tutto il giorno e l’effetto è una costante acidità di stomaco”.
Avere accesso continuo e ininterrotto all’informazione produce spaesamento e incomprensione, non c’è modo di farla decantare, perché subito è pronto un nuovo aggiornamento.

Negli anni Settanta c’è stato un solo evento che ha avuto una copertura totale in diretta: il rapimento Moro. Negli anni Ottanta l’incidente di Vermicino in cui perse la vita Alfredo Rampi, detto Alfredino, dopo quasi tre giorni di tentativi falliti per recuperarlo dal pozzo artesiano in cui era caduto nella campagna vicino a Frascati. La sua vicenda fu seguita da milioni di telespettatori, grazie a una diretta televisiva non-stop di 18 ore a reti Rai unificate, favorita dalla vicinanza del luogo alla capitale. Questa copertura giornalistica rese il fatto di vastissima notorietà presso l’opinione pubblica, trasformando un dramma familiare in un reality show e segnando l’inizio della cosiddetta “tv del dolore”, come afferma Andrea Bacci in “Alfredino nel pozzo”.
Prima di allora, infatti, la copertura mediatica delle tragedie private non sembrava affatto scontata, le tecnologie non consentivano lunghe dirette da luoghi esterni e i giornalisti televisivi, per pudore o per etica professionale, erano di norma contrari alla spettacolarizzazione di eventi così tragici e così intimi, per rispetto sia delle vittime che degli spettatori. Nel caso di Vermicino si decise di trasmettere le immagini in diretta perché c’era la convinzione che l’incidente si sarebbe risolto in breve tempo. Ma così non è stato.

Una comunicazione corretta ed efficace deve informare rinunciando al sensazionalismo e il dovere di chi fa informazione è proprio quello di capire e far capire agli altri. La pensa così Belpoliti, che conclude: “La nostra epoca è piuttosto incomprensibile. A noi sta il compito di dispiegare, aprire le pieghe, non dare giudizi, né valutazioni. C’è bisogno di una tessitura ampia dei tasselli del puzzle, ma è difficile perché richiede pazienza, tempo e conoscenza”.

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