Home»Professione giornalista»Il trauma di raccontare le crisi, intervista con Hannah Storm

Il trauma di raccontare le crisi, intervista con Hannah Storm

3
Shares
Pinterest Google+
Sulla copertina del Report una foto di Yannis Behrakis, i gommoni e i giubbotti salvagente abbandonati sulla spiaggia di Lesbo, in Grecia, dai migranti che hanno attraversato il Mar Egeo, provenienti dalle coste turche, il 21 settembre 2015. Reuters/Behrakis
Sulla copertina del Report una foto di Yannis Behrakis, i gommoni e i giubbotti salvagente abbandonati sulla spiaggia di Lesbo, in Grecia, dai migranti che hanno attraversato il Mar Egeo, provenienti dalle coste turche, il 21 settembre 2015. Reuters/Behrakis

Angosciati, stressati, coinvolti emotivamente nelle sofferenze che devono raccontare. I giornalisti che hanno coperto la crisi dei rifiugiati arrivati in Europa nel 2015 sono vittime loro stessi della sofferenza di cui si devono occupare. Così spiega lo studio Emotional toll, journalists covering refugee crisis, dell’International News Safety Institute (INSI) e pubblicato dal Reuters Institute for the Study of Journalism, realizzato su un campione di circa 80 giornalisti di nove organizzazioni di media europei e americani.

Ne parliamo con Hannah Storm, direttrice dell’INSI e coautrice del rapporto insieme ad Anthony Feinstein, professore di psichiatria all’Università di Toronto. Loro definisono il moral injury come “una condizione legata all’esperienza di eventi e comportamenti che violano la bussola morale”.

Può riassumere gli aspetti principali dei traumi che avete individuato nei giornalisti della vostra ricerca?

«Questo è il primo studio sui traumi morali e i media. Precedenti ricerche si erano concentrate solo sull’esercito, dove si è dimostrato che questi traumi hanno un impatto significativo sulla salute mentale e influenzano la capacità degli individui di reintegrarsi nella società dopo un periodo sotto le armi, se questo malessere non viene trattato in modo efficace.
Studi precedenti si sono concentrati sul disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e sulla depressione, sottolineando il fatto che l’essere così vicini agli eventi può causare notevoli stress ai giornalisti, che spesso sono i primi testimoni di una situazione drammatica. Quello che è unico e senza precedenti, nei risultati di questo specifico studio, è che mostrano come i giornalisti possono essere soggetti a traumi emotivi, legati al senso di colpa e alla sensazione di aver perso la propria “bussola morale”. Abbiamo anche individuato che alcuni fattori di sofferenza erano più riscontrabili nei giornalisti che lavoravano da soli, o che erano genitori, o che si sentivano meno sostenuti dalle loro organizzazioni.
Lo studio ha tenuto conto anche di alcune conversazioni avute con l’industria dei media su come sostenere i giornalisti che potrebbero essere esposti a questo genere di problemi emotivi: per questo il report comprende una serie di suggerimenti incentrati sull’educazione come misura preventiva e su altri passi che potrebbero aiutare le persone che mostrino segni di traumi morali. Suggeriamo anche che sia importante stabilire parametri chiari per comprendere quale debba essere il ruolo del giornalista prima di andare a coprire una storia».

Hannah Storm

Vi aspettavate questi risultati?

«I risultati sono emersi dalle conversazioni che abbiamo avuto con i colleghi e con le aziende, ma è la prima volta che che i traumi morali si delineano in modo così prominente, quindi in un certo senso è stato inaspettato. È importante capire che queste sono solo scoperte iniziali e che dovrebbe essere fatto molto più lavoro per capire davvero la portata di questo problema e di che cosa si può fare per aiutare i soggetti a rischio».

Per quanto riguarda il vostro campione, avete notato delle differenze nelle reazioni di giornalisti di un paese piuttosto che di un altro? In questo studio non sono stati coinvolti giornalisti italiani, c’è una ragione? A causa della drammatica situazione dei migranti che arrivano sulle coste italiane dalla Libia, il vostro studio può descrivere bene la situazione che stanno vivendo anche molti giornalisti italiani, pensate di fare un approfondimento su questi aspetti?

«Poiché lo studio era riservato, non abbiamo suddiviso i dati demografici per paese. Tuttavia abbiamo scoperto che uno dei fattori che aumentavano il rischio di sviluppare un trauma morale era se i giornalisti avessero lavorato dal loro paese di origine e due giornalisti greci hanno dato ampie interviste, nel report, che fanno luce su alcune delle esperienze di lavoro dall’Italia su una crisi del genere. Come detto in precedenza, sarebbe molto utile se potessimo approfondire questo studio e siamo molto disponibili a farlo, se possibile, nella comunità dei giornalisti italiani, nel modo più sensibile e riservato possibile, soprattutto considerato quanto il tema dell’immigrazione sia centrale per i media italiani ora e negli ultimi anni».

In che modo può essere utile il vostro studio? Quali strumenti proponete per aiutare i giornalisti? E chi dovrebbe assolutamente leggerlo?

«Vorrei menzionare la sezione finale del rapporto che offre una serie di suggerimenti per singoli individui e organizzazioni. Si sottolinea l’importanza dell’educazione, del fatto che le persone comprendano che il concetto di traumi morali segna un nuovo campo, per i media, in termini di salute mentale e che le persone dovrebbero essere pronte a parlare di come si potrebbero sentire e di come potrebbero reagire e quali dovrebbero essere i loro ruoli come giornalisti. Gli individui rispondono ciascuno in modo diverso, quindi non esiste una sola proposta, comunque è importante creare un rapporto di fiducia tra editore e giornalista e dev’essere disponibile un supporto riservato e volontario, se qualcuno ne ha bisogno. Anche se questi sono risultati preliminari possono avere una portata più ampia riferensosi anche a quei giornalisti che coprono storie di contenuto traumatico in altre aree a rischio».

I protagonisti del report hanno espresso molto chiaramente i “sintomi” del loro disagio nel seguire la crisi dei migranti. Qualche esempio?

Jonathan Paterson, allora redattore di BBC World, non si aspettava che il coinvolgimento personale per coprire la situazione dei rifugiati fosse così forte. Quando si lavora in una zona di guerra, infatti, in qualche modo ci si aspetta di vivere situazioni traumatiche. Al contrario, il caso dei profughi «è stato completamente senza precedenti» e si è rivelato «un’esperienza di apprendimento per tutti, su tutti i tipi di fronti».
Il greco Yannis Behrakis, fotografo Reuters, ha spiegato il dilemma morale dell’essere al contempo testimone e protagonista dell’evento: «Molte volte non sei sicuro di cosa fare: lasciare la fotocamera e aiutare le persone a uscire dal mare, guidarle sulla strada o dare loro vestiti, oppure scattare le foto. Ma il mio lavoro è assicurare che tutti in tutto il mondo sappiano cosa sta succedendo e questa è la mia missione».
Portare a termine questa missione è stato traumatico anche per Will Vassilopoulos, un freelance che lavora per Agence France-Presse (AFP) e che ha parlato della difficoltà di «superare le immagini dei morti» dopo essere tornato a casa da un incarico.
Caroline Hawley della BBC, che per anni ha coperto la crisi in Medio Oriente, ha considerato inquietante «vedere la morte quando sei in una destinazione per le vacanze. Quando lavori in zone di guerra alzi delle barriere psicologiche che in qualche modo ti riparano, ma in questo caso tali barriere non c’erano».

Previous post

Human Flow, la provocazione di Ai Weiwei a Venezia

Next post

L'Interpol dà una mano a Erdogan contro un giornalista scomodo