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Il Tg che vorrei: a convegno la narrazione che crea benessere

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Il pretesto è stato il lancio ufficiale della campagna per la parità di informazione positiva lanciata dal Movimento Mezzopieno: il 10 ottobre scorso, la Fondazione Einaudi di Torino ha ospitato l’incontro pubblico «Il Tg che vorrei» per stimolare un dibattito sul futuro dell’informazione e sul suo ruolo al servizio del benessere della società.
«Occorre ricostruire un modo diverso di fare giornalismo – spiega Luca Streri, fondatore del Movimento Mezzopieno – affinché l’informazione sia percepita in modo differente. La narrazione spesso mette in crisi la percezione di come stiamo. Dobbiamo tornare ad apprezzare ciò che siamo e comunicarcelo.»

Bisogna dunque ripartire dal modo in cui viene interpretata e descritta la realtà.
«L’eccesso di cronaca nera è una strategia mediatica», afferma Stefano Tallia, segretario Associazione Stampa Subalpina, invitato a moderare il dibattito. «Ci sono tre ragioni – tutte confutabili – che spiegano perché le notizie negative prevalgono su quelle positive», ribadisce Stefano Zamagni, già ordinario di economia all’Università di Bologna e padre dell’economia civile. «La prima è la leggibilità: il lettore medio non è interessato alle buone notizie e per vendere i giornali occorre rappresentare il male che osserviamo. Questa ipotesi non regge: indagini serie dimostrano il contrario. La seconda è che le cose buone hanno una capacità espansiva, tendono a diffondersi da sole. Anche questa è un’argomentazione errata: già Aristotele affermava ‘La virtù è più contagiosa del vizio. A patto che venga fatta conoscere’. C’è dunque interesse a non far conoscere come vanno le cose. La terza è legata all’assunto antropologico di derivazione hobbesiana che vuole l’homo homini lupus. Divulgare le notizie cattive per instillare la paura nella gente è il fondamento di ogni dittatura. Occorre piuttosto recuperare la radice dell’Illuminismo napoletano di Giacinto Dragonetti secondo cui l’homo homini natura amicus e cambiare la matrice culturale.»

L’attributo di positività o negatività di una storia è del contenuto? Se lo domanda Cristopher Cepernich, sociologo della comunicazione e direttore scientifico del Master di giornalismo dell’Università di Torino. «La notizia non è buona in sé. Dipende dalla cornice di senso. Alla rappresentazione del dato nudo e crudo, ad esempio la riduzione del tasso di disoccupazione, ammesso e non concesso che si tratti di un dato oggettivo, si aggancia l’interpretazione entro un frame.» Sarebbe in gioco, dunque, un processo inevitabile di influenza sulla percezione dei significati che un individuo attribuisce a parole o frasi che incoraggia certe interpretazioni e ne scoraggia altre.
«Le buone storie hanno un valore pedagogico, ma non sempre la storia coincide con una notizia. E poi parlare bene non è sempre un bene. Mi insospettisce chi scrive sempre bene del governo, ad esempio, poiché il ruolo del giornalismo è quello di controllo e di verifica del potere. Allo stesso modo le cattive notizie non sono sempre negative: l’emozionalità del contenuto sopperisce alla mancanza di volontà di informarsi su alcuni temi. Paradossalmente la costruzione della paura potrebbe portare effetti positivi. L’ansietà che la paura crea, infatti, alimenta la ricerca di informazioni: la propensione a informarsi aumenta quando un dato argomento fa paura. Ci concentriamo troppo su come l’informazione viene prodotta e abbiamo spesso trascurato come viene consumata e cosa guida le scelte di consumo. Con l’informazione si costruiscono trame entro cui il lettore possa riconoscersi: parliamo del lettore come se ogni giorno, recandosi in edicola, avesse di fronte a sé una gamma variegata di possibilità tra le quali scegliere. No, il lettore sa già quale giornale comprerà.»

«Abbiamo la tendenza a confermare le ipotesi – prosegue in linea di continuità Angela Fedi, docente di psicologia di comunità dell’Università di Torino – Le notizie contribuiscono a creare la nostra narrazione sul mondo. Noi non siamo dei registratori fedeli, siamo disorientati da distorsioni sistematiche. Per riequilibrare una sola informazione negativa ne occorrono circa 7-8 positive

Ragionando sul ruolo e sullo spazio delle buone notizie nei media, è inevitabile tentare di darne una definizione. «La buona notizia è quella che puoi porgere con un sorriso – commenta Tallia – Ma positivo e negativo dipendono soprattutto dal bacino di utenza
«Le notizie non sono positive o negative di per sé – conferma Angela Fedi – La buona notizia è quella che ci fa scoprire la nostra relazione con quella notizia. L’interesse ha a che fare con l’inter-esserci. Il lettore deve potersi riconoscere.»
Una buona notizia non è necessariamente una notizia buona, ma è una notizia raccontata bene. È anche questo uno dei capisaldi della campagna di Mezzopieno, che tra le azioni prevede la redazione di un protocollo nazionale che definisca le linee guida e parametri di classificazione condivisi delle notizie positive, oltre a invitare le redazioni ad adottare una linea editoriale che privilegi i fatti piuttosto che le opinioni.
«Si dovrebbe evitare la negatività nell’informazione semplicemente perché carente – sostiene Stefanella Campana, giornalista e rappresentante Commissione Pari Opportunità della Fnsi e GIULIA – ovvero non dà conto della complessità del mondo. Usare le parole corrette è già un segnale di positività. Le parole non sono strumenti inerti. Il giornalismo è il filtro con cui si osserva la realtà e l’informazione crea cultura. Come attrezzarci per dare un’informazione più consapevole? Per fare bene il proprio mestiere, al giornalista basterebbe attenersi alle carte e ai codici deontologici, dalla Carta di Roma sui richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti, alla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, a quella di Treviso che disciplina l’informazione su bambini e adolescenti.»
«Occorre aumentare le notizie positive non per una nostra consolazione – conclude Angela Fedi – ma per una rappresentazione del mondo più variegata e complessa. E poi uscire dalla passività della lamentela, senza per questo correre il rischio di quella che i miei colleghi chiamano  “sindrome di Pollyanna”, che sfocia nell’ottimismo ottuso».

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