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Il silenzio sulle proteste nel Rif, il Marocco dimenticato

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Una manifestante nel corso delle proteste nel Rif. Il cartello recita: “Benvenuti a Cop22, qui si opprimono le persone”

Il territorio del Rif si trova al nord del Marocco, tra Capo Spartel e il confine con l’Algeria, ed è un soggetto di cui le istituzioni e i media marocchini non amano parlare. Tanto che, negli anni, è diventato un argomento tabù. Sono ormai otto mesi che nella regione berbera, dove disagio economico e marginalità sociale si mischiano a un risveglio identitario sempre più definito, si stanno consumando proteste e soprusi di cui nessuno, o quasi, si occupa. Forse perché si tratta di una regione storicamente incline all’insurrezione, forse per le delicate questioni identitarie che da tempo caratterizzano i rapporti arabo-berberi.
Gli episodi relativi al Rif si sono susseguiti negli anni, accumulandosi senza trovare mai una vera e propria soluzione. A partire dal 1921, quando la regione si dichiarò indipendente e repubblicana ribellandosi apertamente alla colonia spagnola, ben prima della transizione politica che ha portato il Marocco all’indipendenza nel 1956. Poi ci fu il 1958, l’anno in cui il Rif cercò di nuovo l’indipendenza e l’autodeterminazione dopo alcuni accordi firmati dal governo, che concedevano enormi poteri sulla regione alla colonia francese. In quell’occasione i riffani, di origine berbera e ispanofoni, prendevano posizione contro un nuovo potere nazionale, franco-arabofono e fortemente centralista. Infine il non lontano 1984, quando il Rif scendeva nuovamente in piazza nelle cosiddette “rivolte del pane”, contro le politiche neoliberiste e gli aggiustamenti strutturali introdotti da Hassan II, ma soprattutto contro l’editto reale che di fatto rendeva il Rif un’area militarizzata.
Oggi accade di nuovo: rivendicazioni politiche e sociali tornano sulle montagne del nord e la risposta del Palazzo rimane la stessa: chiusura dei ranghi all’interno e all’esterno. Come se ignorare le richieste e sminuire i rivoltosi possa portare a una lenta dispersione di calore, fino allo spegnimento della fiamma. Al Hoceima è il centro della rivolta, tutto è iniziato là, circa otto mesi fa. In questo piccolo centro, il 28 ottobre 2016 viene ucciso il pescatore Mohcine Fikri, brutalmente tritato da un camion dei rifiuti, nel quale era finito nel tentativo di recuperare il suo carico di pesce sequestrato dalla polizia. Da lì a pochi giorni si sarebbe tenuta a Marrakech la Cop22, la Conferenza Onu sul clima, che ha portato in Marocco i leader mondiali e l’attenzione della stampa internazionale. La tragica morte di Fikri fa esplodere la rabbia in tutto il Paese, manifestazioni pacifiche vengono organizzate nelle grandi città ma la Cop22 deve continuare e tutto viene temporaneamente sedato con l’apertura dell’inchiesta. Che si concluderà con l’individuazione di ben undici responsabili di omicidio colposo, dei quali solo sette poi effettivamente condannati. Il fuoco del malcontento continua però ad ardere in silenzio nel braciere del Rif, le proteste si placano ma non si arrestano e continuano ininterrotte da novembre a oggi, rimanendo (quasi) sempre pacifiche sotto il soffio di Hirak al Shaabii, il movimento popolare che ha dato il nome alla mobilitazione.

Il leader popolare Nasser Zefzafi

Ogni movimento ha un suo leader e in questo caso è Nasser Zefzafi, 39 anni, disoccupato e di origine riffana. I discorsi di Zefzafi fanno leva principalmente su tre punti: libertà, diritti sociali e islam, e hanno saputo cogliere il malcontento generale degli abitanti della regione, permettendo al movimento di consolidarsi velocemente. Nei suoi video, omai virali, denuncia la corruzione degli alti funzionari dello Stato, la speculazione immobiliare, la monopolizzazione della risorse – come la pesca – da parte del regime, così come la recente militarizzazione della regione e la demonizzazione del movimento pacifico da parte dei giornalisti pro-regime. Zefzafi, leader non ufficiale ma indiscusso del movimento, nella rivolta ci ha messo cuore, immagine e carisma, ma non è il solo protagonista: al suo fianco ci sono tante altre figure fondamentali, anche femminili, come Silya Ziani, attrice e cantante di cultura amazigh. Tanti personaggi di spicco, caratterizzati dall’assenza di legami con i partiti politici ma solo con il popolo.
La parola d’ordine, urlata a gran voce e scritta su cartelloni colorati, è hogra. Un termine che letteralmente significa “abuso di potere”, ma che tra i suoi significati più profondi cela il disprezzo per gli l’arroganza e l’intoccabilità delle autorità. Hogra è l’autoritarismo nella sua forma più subdola, è l’oppressione del forte sul debole. L’ultima scintilla è scaturita dagli arresti dello stesso Zafzafi e di 28 militanti, la sera in cui è iniziato il mese sacro del Ramadan, seguiti da altri arresti e interventi della polizia in tutta la regione. Gli arrestati sono più che altro attivisti e giornalisti che hanno cercato di mantenere attive nel tempo le comunicazioni con il resto del Paese e del mondo.
Ma le proteste non si fermano, anzi, continuano ad allargarsi e a diventare più rumorose. Nelle ultime settimane, le manifestazioni non violente si sono trasformate in scontri tra forze dell’ordine e rivoltosi, in una nuova ondata di proteste che sta mettendo in difficoltà il regno. Ogni sera, dopo la sospensione del digiuno imposto dal Ramadan, migliaia di persone affollano le strade di Al-Hoceima e degli altri centri riffani, chiedendo la liberazione dei leader del movimento, in carcere da giorni, e azioni concrete per lo sviluppo sociale ed economico della regione.
Mentre la maggior parte – se non tutte – le richieste espresse da Zefzafi e dai suoi seguaci sono ampiamente condivise dal resto della popolazione marocchina, i suoi discorsi sfiorano spesso toni percepiti come populisti, con note di rivendicazioni etnico-identitarie che non risuonano bene al di fuori della regione. Per ora, il governo è stato abile nello sfruttare l’inesperienza di Zefazafi per dipingere il movimento come una minaccia alla sicurezza del Paese. Gli schieramenti sono netti: da un parte gli attivisti, che considerano qualsiasi voce pro-governo come quella di uno schiavo asservito al potere monarchico, dall’altra lo Stato e i suoi funzionari, che si limitano a descrivere i manifestanti come un gruppo etnico separatista finanziato da interessi ostili stranieri, algerini nello specifico. Le dinamiche e il susseguirsi degli eventi non possono non far pensare ai fatti del 2011 che sfociarono nelle primavere arabe, fenomeno che all’epoca toccò solo marginalmente l’equilibrio politico marocchino. Per il momento, il regime sembra avere la situazione sotto controllo, grazie soprattutto all’immagine negativa che è riuscito a costruire intorno al movimento popolare, facendo in modo che il resto della popolazione lo percepisca principalmente come un progetto secessionista.

Tuttavia, risulta difficile non domandarsi cosa potrebbe succedere se le rivendicazioni del movimento dovessero coinvolgere anche il resto della popolazione, o anche solo se le rivolte del Nord dovessero sfociare in atti di violenza incontrollabile. Ci troviamo forse sul nascere di una nuova Primavera? Berbera, ovviamente.

 

Camilla Fogli è laureata in Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione all’Università di Torino. Attualmente studia Comunicazione Pubblica e Politica e si divide tra la sua città e Rabat, dove segue un Master in Analisi Comparata delle Società del Mediterraneo. Collabora con Ong 2.0.

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