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Il rapporto RSF: l’Italia scende, eppure…

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RSFIl commento dei dati di Reporters sans frontières (Rsf), l’ente che ha appena pubblicato la classifica che reca i dati del “termometro della libertà di stampa”, è un esercizio sempre utile per tenere a mente l’importanza di un sistema informativo libero ed efficace. Ma il ragionamento, talvolta, va approfondito senza fermarsi alla superficie delle cose.

Il dato è effettivamente inquietante: l’Italia perde quattro posizioni rispetto al 2015 e si attesta al 77esimo posto, più in basso del Nicaragua e della Moldavia, peggio dell’Armenia. Se si considerano i Paesi europei, soltanto tre nazioni fanno peggio di noi: Cipro, Grecia e Bulgaria. Che in Italia la libertà di stampa non goda di buona salute è indiscutibilmente vero: basti pensare alle minacce e cause intimidatorie cui sono vittime molti giornalisti italiani. Le ultime notizie di accorpamenti editoriali, dalla fusione La Stampa-Gruppo Espresso alla scalata dell’editore Cairo al gruppo RCS, vanno nella direzione di una contrazione della pluralità di voci.

Tuttavia, è utile considerare che i numeri estrapolati da RSF si basano su un metodo  che è stato efficacemente spiegato da Il Post:

“Per stilare la classifica si usano criteri qualitativi e altri quantitativi. La prima parte è formata da un questionario che RSF distribuisce ai suoi partner in tutto il mondo […] Questi partner rispondono al questionario assegnando un punteggio da 1 a 10 a una serie domande raggruppate in sei argomenti: pluralismo, indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza e infrastrutture. […] Il secondo punteggio, quello quantitativo, viene elaborato tenendo conto del numero di giornalisti uccisi nel paese, di quelli arrestati, di quelli minacciati e di quelli licenziati. […] La cosa più importante da capire è che si basa in gran parte sulle opinioni soggettive di enti e persone scelte da RSF, e questo ha causato negli anni diverse critiche al rapporto”.

Ciò non significa che i dati di RSF siano inattendibili, tutt’altro. Nello specifico, però, a causare l’arretramento o l’avanzata di qualche posizione nel ranking possono essere eventi riportati in maniera non del tutto oggettiva. Per esempio: RSF, nel rapporto, sostiene che due giornalisti italiani siano stati presi di mira da «un sistema giudiziario che attacca i media: due giornalisti rischiano otto anni di reclusione per la pubblicazione di libri che rivelano i malaffari della Santa Sede». Il che è vero: tuttavia, il sistema giuridico che ha messo sotto processo i giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi non è quello italiano, bensì quello dello Stato Vaticano. Un’altra considerazione adottata da RSF, cioè la quantità di giornalisti italiani sotto protezione,  non risulta da una indagine autonoma ma, si legge, è un dato offerto dal quotidiano La Repubblica.

La classifica mostra, nelle prime cinque posizioni, la Finlandia (per il sesto anno consecutivo), l’Olanda (che guadagna tre posizioni rispetto al 2015), la Norvegia, la Danimarca e la Nuova Zelanda.

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