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Il rap in Tunisia, l’altra faccia della protesta e della lotta alla censura

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È forse una delle migliori eredità delle rivolte del sud del Mediterraneo, in particolare in Tunisia e in Egitto, che fa il paio con il fumetto d’autore satirico e la caricatura da una parte, la street art dall’altra. Il rap di lingua araba, che sostituisce le clip americane, si afferma in Tunisia all’indomani della caduta di Ben Ali (avvenuta il 14 gennaio 2011) e non si ferma più, segnando il passo dell’evoluzione del Paese e il risveglio dopo gli anni della dittatura.

Slim Larnaout

Nel paese più giovane tra i giovani – la Tunisia ha un’età media inferiore ai trent’anni – era chiaro che questo genere musicale decollasse erodendo, con l’uso della lingua locale, l’arabo classico. Se la street art lega al fumetto e all’immagine parole che alternano linguaggio internazionale, con l’uso in primis dell’inglese, il linguaggio 2.0 (con abbreviazioni fatte di numeri al posto di lettere, ma anche di recupero della poesia colta preislamica delle mu’allaqat), il rap arriva come un pugno allo stomaco: senza mediazioni, con la voglia di colpire, con una dose consistente di rabbia, senza freni inibitori. Una contro-cultura che si racconta anche per l’assenza della parola codificata. Con la lingua dei social, dei tag e del rap, il dialetto esce dalla sfera familiare, si invita nei discorsi ufficiali, rosicchia spazio all’arabo letterario; tanto che il dibattito sul riconoscimento della lingua tunisina come ufficiale – ancorché non nazionale – è frutto anche di questa spinta dei giovani, che parlano sempre meno la lingua classica, hanno un francese di livello più basso, masticano l’inglese e rivendicano un’identità non imposta da un’autorità ma che è l’eredità di questo paese.
Un luogo che, da sempre, è mosaico di genti che amano contaminarsi: a tavola, al caffè, nel linguaggio e, ora, anche con la musica.

Le prime apparizioni sui media della nuova musica, individuata con l’espressione underground, risalgono al marzo del 2006 e sono firmate dal giornalista Kerim Bouzouita, che iniziò raggruppare tutti i generi musicali, non solo il rap, che provenivano dal mondo arabo e non facevano parte della tradizione. 

Nel 1993 il rap appare in Tunisia con Slim Larnaout ma si limita a una sfera di iniziati; solo intorno al Duemila emerge, benché in penombra. Anche se la scena del rap è molto attiva e produttiva rimane a lungo sottotraccia, ignorata dalla stampa e senza sostegno anche per la repressione da parte del regime, del quale questo genere musicale denuncia le ingiustizie sociali e la corruzione. In effetti, il rap in Tunisia è quasi esclusivamente di denuncia e non presenta alcuni lati di trasgressione pura, o anche solo di liberazione, come capita altrove; ciononostante, non diventa manifesto politico. I primi dischi sono diffusi in un contesto di pirateria. Alcuni artisti come Balti (membro di Wled Bled), uno dei fondatori dell’hip-pop tunisino, tentano di salire sulla scena nel quadro di diversi festival ma sono costretti a modificare il linguaggio e alcuni finiscono a fare pubblicità.

Il rap esplode con la rivolta, quando una serie di rapper che hanno scelto la via della clandestinità e dell’opposizione beneficiano del clima che si è venuto a creare. È il caso emblematico di Hamada Ben-Amor, detto el-Général, allora 22enne, che diventa un fenomeno che oggi definiremmo “virale” (1). Già a dicembre 2010 i primi vagiti della rivolta: el-Général aveva messo on line il titolo Raïs Lebled – letteralmente “il capo del Paese” – interpellando direttamente il presidente tunisino Zine el-Abidine Ben Ali sulla miseria sociale dello Stato, la violenza del regime e la disoccupazione che cominciava a crescere tra i giovani. Poi lo scoppio delle grida della protesta: “Tunisi libera, Tunisi libera”, è la prima che si diffonde in Rete. E ancora: “Presidente parlo con te, in nome mio e di quel popolo che ancora nel 2011 vive nella sofferenza, di tutti quelli che muoiono di fame quando avrebbero voluto lavorare per campare, perché nessuno ha ascoltato la loro voce – e poi lo incalza – Presidente scendi in strada! Guarda la sofferenza, guarda il governo del manganello!”. Canta così, El-Général.

In poco tempo sono 17mila i fan su Facebook: neanche l’arresto lo piega.  Allora il popolo prende coraggio e scende in piazza,al grido di “Dégage!” (Vattene!) contro Ben ‘Ali. La parola diventa un motto e anche il titolo di alcuni fumetti, diventa uno slogan sulle magliette nei mesi successivi alla rivoluzione. Siamo in una fase nella quale la protesta vede uniti tutti in una grande onda, che poi si disperderà in tanti rivoli per generi e fasce d’età, di gruppi.

Passano i mesi tra incertezze, speranze, paure e arriva la prima delusione, dopo la vittoria alle elezioni politiche del 23 ottobre 2011 del partito religioso Ennahda. “Fuma, prima che la vita ti fumi” cantano gli Armada Bizerte, un gruppo di rapper della città sulla costa nord della Tunisia, a circa 80 chilometri dalla capitale: testimoni della disperazione crescente che serpeggia tra i giovani tunisini delle periferie, come Ben Arous o el-Kabbarïïa. La musica unisce, parole e suoni mixati e intrecciati con una contaminazione di generi musicali diversi.
Un anno dopo, all’ex JFK, locale fumoso del centro di Tunisi a Rue de Marseille, ribattezzato Underground perché la rivoluzione stava epurando anche nel linguaggio quel sapore americano di occidente consumistico promosso dall’ex Raïs, ho incontrato dei rapper. Giovani che forse non avevano nemmeno un nome riconoscibile musicalmente: tutti anarchici che suonavano in cantine e garage improvvisati come sale di musica e da concerto. Serpeggiavano rabbia ed entusiasmo un po’ ingenui, a corrente alternata. Uno di questi mi racconta che si è fatto un anno di carcere per la zetla, il fumo, nel gergo delle periferie di Tunisi. L’uso personale costa un anno di reclusione e mille dinari di multa (allora poco più di 500 euro), oltre un’ammenda pari a due mesi di uno stipendio medio e il divieto per 5 anni di recarsi all’estero. Ora ha chiuso con questo genere di cose e anche con la politica: il suo è un impegno sociale e sta solo dalla sua parte. E non vuole firmare la nostra chiacchierata.

Una delle vicende più note è quella di Alaa Eddine Yacoubi, alias Weld El 15, che diffuse su YouTube il suo clip Boulicia Kleb (“I poliziotti sono dei cani”) superando il milione di visualizzazioni. Per un periodo è stato la voce della libertà per la gioventù tunisina, quando le promesse della rivoluzione si sono allontanate: libertà, di espressione (il traguardo – forse l’unico –  conquistato almeno in parte); democrazia (ovvero separazione tra potere giudiziario e legislativo, fatto più formale che reale come dimostra l’attacco alla polizia da parte dei rapper); e soprattutto dignità, intesa come reale possibilità di accesso al mondo del lavoro, dal quale i giovani in particolare sembrano esclusi. La rabbia che Weld El 15 esprime risale al suo arresto per consumo di cannabis il 21 febbraio 2012: per una canna si è fatto nove mesi di carcere, che in Tunisia non sono una passeggiata. Una volta rilasciato, gira la clip che ha composto in prigione e racconta le circostanze dell’arresto. La polizia pubblica, dopo la diffusione di Boulicia Kleb, pubblica apertamente minacce di morte.

La vicenda mi ha toccata da vicino perché sono stata coinvolta, a un certo punto, nella firma di una petizione da parte di una serie di intellettuali che è arrivata all’Ambasciata europea a Tunisi, al fine di agevolare il suo rilascio. Questa è solo una delle tante storie, forse solo più aggressiva o nota di altre.

Sulla stessa tonalità si muove Ahmed Ben Ahmed alias Klay BBJ1, classe 1989, di Tunisi. Un pugile che si converte al rap dopo la rivoluzione in seguito all’incontro con Mohamed Amine Hamzaoui: costui produce la canzone Zakataka, interpretata in duo, con un testo che difende il consumo di cannabis. Acquisisce una certa notorietà nell’ambiente del rap locale, sfidando le autorità e denunciando le ingiustizie e diventando, ovviamente, oggetto di azioni giudiziarie.

Non si può dimenticare, poi, la storia di Anis perché è uno che ce l’ha fatta, la cui protesta è diventata un segno e un impegno di speranza. Clandestino in Italia, quando è scappato a 12 anni, oggi, a 29 anni, è uno dei maggiori esponenti del rap tunisino. La sua canzone, appunto Clandestino, decisamente autobiografica, ha fatto 31 milioni di visualizzazioni su Youtube, mentre Bye bye ne ha 34 milioni. Conosciuto come Master Sina, nell’estate scorsa ha fatto un tour nei principali festival e discoteche di Tunisi, Djerba, Hammamet o Sousse, conteso da tutte le tivù e radio nazionali: girerà anche una fiction. Diventato ormai una popstar – ha girato, a sue spese, videoclip a Miami, Costa Azzurra e Dubai – ha aperto un ristorante arabo in centro che gestisce in prima persona. Ormai non è il solo rapper di successo e la vicinanza con l’Italia è molto forte perché il rap, da noi, sta diventando il genere più venduto. Tra i personaggi di maggior successo, Ghali, rapper italo-tunisino cresciuto a Baggio, paese dell’hinterland milanese, che ha conquistato milioni di ragazzi con il record di visualizzazioni nazionali per la sua canzone Cara Italia. Ora è diventato un fenomeno e anche un marchio, insomma, un prodotto di marketing. È la svolta del successo che in pochi anni è andata molto lontana da quello spirito che ancora si respira nei locali fumosi a Tunisi, dove l’alcool scorre a fiumi e l’aria profuma di autenticità, sia pure estrema.

La dimostrazione è che, quando diventano famosi all’estero, il Paese abbassa il livello di attenzione sulla censura. Mentre, alla fine, Weld El 15 è dovuto rimanere in Francia un certo periodo per difendersi, e alcuni concerti di un rapper come Klay BBJ, la scorsa estate, sono stati cancellati. Nel tempo, infatti, la protesta si stempera, o meglio, si incanala e al rap duro si affianca anche la canzone impegnata, con un lato più giocoso. E questa, magari, sarà un’altra tappa del viaggio musicale nella Tunisia dei giovani.

 

L’immagine di copertina ritrare il rapper Hamada Ben-Amor, detto el-Général.

(1) Per approfondire: Tunisi, Taxi di sola andata (di Ilaria Guidantoni, edizioni No Reply, 2012) e Chiacchiere, datteri e thé. Tunisi, viaggio in una società che cambia (stesso autore, Albeggi Edizioni, 2013)

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