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Il potere dei media

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Panel tavola rotonda all'ISPI

Il 23 maggio se ne è parlato a Milano in una tavola rotonda organizzata da ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) e IULM (Università di comunicazione e lingue), in occasione dell’uscita del quaderno speciale di Limes, rivista italiana di geopolitica, proprio su questo tema.

(Nella foto, da sinistra: F. Petroni, A.Miconi, L. Caracciolo e A. Aresu. Fonte: ISPI)


Capacità di filtrare?
Tanto si è detto dei media, e in particolare dei social media (come Facebook e Twitter), durante le rivoluzioni arabe, in particolare del loro ruolo politico. In apertura del convegno, annota Lucio Caracciolo, direttore di Limes: “All’inizio si è verificato un effetto mediatico, specialmente tra giovani relativamente acculturati e globalizzati (…) Questo ruolo è stato forse enfatizzato, visto che nessuno di coloro che ha usato i social media durante le rivoluzioni ha poi avuto un ruolo di primo piano”.

Caracciolo ha anche sottolineato il ruolo centrale di tv satellitari, come Al Jazeera nel quadro geopolitico in Qatar, “presentandosi come portabandiera della democrazia, ma di proprietà di un emiro del Golfo”. Certo, come ha sottolineato Andrea Miconi, sociologo della IULM, storicamente la nostra civiltà da sempre usa le tecnologie più avanzate; si usano gli strumenti di cui si dispone, insomma: nuovi modi per fare le stesse cose che si facevano anche prima. Semmai, secondo il professore, grazie alla rete, la sfera pubblica si sta allargando e permette una maggiore partecipazione.

Ma a proposito delle rivoluzioni e del ruolo dei media non si può non citare il concetto di responsabilità (o meno) di giornalisti e di tutti coloro che usano i media, come i cd. cittadini giornalisti. Infatti, continua Caracciolo, il citizen journalist non ha il dovere di verificare le fonti e non è “responsabile” di ciò che scrive, ma comunque produce informazione e aumenta l’effetto eco; dal loro canto, i giornalisti, sorpresi dall’evoluzione, hanno cercato di cavalcare l’onda contribuendo alla mole di notizie. Si è verificata così una crescita della complessità nell’informazione, accompagnata anche da disinformazione. E la domanda che Caracciolo pone è una provocazione: siamo capaci di filtrare?

Il generale narratore
La domanda non è banale se “Le percezioni contano più della realtà”. Questo è un mantra molto in voga nei circoli militari, segnala Federico Petroni, analista del The post internazionale, che spiega come l’esercito americano abbia utilizzato la relazione con i media per plasmare l’opinione pubblica sulla guerra.

I generali Stanley McChrystal e David Petraeus (a capo delle truppe a Kabul tra il 2009 e il 2011) sono stati coloro che hanno gestito la comunicazione sull’andamento della guerra in Afganistan, sfruttando i vincoli tra stampa mainstream e potere. È da qui che nasce la figura del “generale narratore” in grado di spingere la comunicazione su una rappresentazione positiva della realtà: per non perdere la guerra è necessario convincere il pubblico che la si sta vincendo, sostengono i due generali. Ed è su questo modello che “Obama è riuscito a togliere l’Afganistan dalle prime pagine” e si è ottenuto che i media discutessero di ciò che volevano i militari.

In un contesto giornalistico come quello americano – spiega Petroni – in cui è notizia tutto ciò che giunge da una fonte autorevole, è chiaro come l’amministrazione americana abbia puntato sull’utilizzo a proprio vantaggio dei media. Nessuna censura, ma narrazione, per sostenere le proprie posizioni e non offrire sguardi d’insieme. Un’analisi, quella di Petroni, avvincente e di evidente attualità, che troviamo ben approfondita nel suo articolo su Limes.

Quando il potere passa attraverso le serie tv
Se il media invece di essere quello cartaceo o web diventa la tv, ecco che il teatro in cui mantenere l’impero è quello dei telefim.
Alessandro Aresu, giornalista di Limes, ha sviscerato nel suo articolo e nell’intervento alla tavola rotonda, come anche i telefilm americani, di alta qualità, caratterizzati da “complessificazione della narrazione” e in lingua inglese (quindi alla portata di molti), hanno contribuito a mantenere l’impero americano “irresistibile”.

La popolarità di alcune serie tv americane è quasi globale. Tra esse Aresu cita due casi, prodotti dell’emittente televisiva HBO, che interagiscono con la politica e sono caratterizzati da ricchezza dei temi: “West Wing – Tutti gli uomini del presidente”, che racconta la vita quotidiana nell’ala ovest della Casa Bianca, dove nello Studio Ovale lavorano il Presidente degli Stati Uniti d’America e il suo staff, o “The Wire”, che offre uno spaccato duro e spietato della società americana e del rapporto con il traffico della droga. Secondo Aresu, nella fase più critica della loro potenza, gli Stati Uniti sono riusciti a mantenere il fascino dell’American way of life e a veicolare la cultura americana grazie alle serie tv, prodotti globalmente riconosciuti e apprezzati.

Insomma : tutto cambia, niente cambia? Sicuramente… si aggiorna.

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