Home»Libertà di stampa»Il peso dell’Ossigeno

Il peso dell’Ossigeno

0
Shares
Pinterest Google+

Sembra un ossimoro, Ossigeno. Si sobbarca un compito ponderoso, aiuta i giornalisti a “respirare” ma è confinato in un microscopico ufficio ricavato nella palazzina dell’Ordine romano. «Siamo nel cuore delle istituzioni», dice il professor Giuseppe Federico Mennella, e certamente – se si parla di sentimenti – non ha torto: «Nostro socio onorario è il presidente del Senato Pietro Grasso, il presidente onorario dell’osservatorio è Sergio Zavoli». Eppure si parla poco, del lavoro di Ossigeno. Che non è un nome di fantasia ma l’acronimo di OSservatorio Su Informazioni Giornalistiche E Notizie Oscurate.

mennella Mennella, classe 1950, ex dell’Unità e un passato da capo ufficio stampa del Senato, insegna deontologia del giornalismo all’Università Roma Tor Vergata. Presta la sua opera per Ossigeno su base volontaria, forte dell’esperienza accademica, professionale e della rete di conoscenze costruita in decenni di attività. «I giornali parlano poco delle minacce e delle intimidazioni di cui sono vittime i loro colleghi. Tendono a dimenticare pure i giornalisti sotto scorta nelle loro redazioni». L’apparente paradosso ha una giustificazione a un tempo tangibile e inaccettabile: «Non ne parlano perché c’è un dato di gelosia. E poi se io racconto, mettiamo il caso, di Lirio Abbate minacciato dalla mafia, implicitamente ammetto che è bravo. E perché mai, questa è l’opinione comune, sul “mio” giornale – che appartiene a un altro editore – dovrei parlar bene di chi lavora per il gruppo Espresso, o viceversa?»

Già, perché? Forse il motivo lo offrirebbe il buon senso. In mancanza del quale dovrebbe arrivare in soccorso la legge: «Ai sensi dell’articolo 2 della legge istitutiva dell’Ordine, dovrebbe applicarsi il principio di collaborazione (1). Ma in questi casi viene quasi del tutto disatteso». Questo comportamento diffuso ha implicazioni serie per la libertà di un Paese: «Se non fai capire alla gente che il diritto all’informazione appartiene al cittadino e non al giornalista, crei un danno enorme: colpire un giornalista lede la comunità, che non verrà più informata su quello che il potere fa. L’interesse pubblico dovrebbe essere patrimonio della circolazione sanguigna di tutti: il giornalismo non appartiene ai giornalisti e questo errore di prospettiva è gravido di conseguenze».

Che l’Italia sia innamorata della libertà solo a parole è chiaro, sostiene il professor Mennella, anche da una rassegna dei testi normativi: «Da noi non esiste ancora il reato di ostacolo alla informazione. C’è l’articolo 21 della Costituzione, che statuisce il principio ma non lo protegge; abbiamo l’articolo 3, che proibisce la discriminazione. Eppure, la legge Mancino del 1992 stabilisce aggravanti per odio etnico ma non esiste una legge omologa per chi fa informazione. Se io prendo a pugni un giornalista perché scrive del consiglio comunale o della mafia, o gli incendio la macchina perché non si fa gli affari suoi, non mi verrà contestata l’aggravante di aver agito con lo scopo di intimidire un lavoratore dell’informazione. Abbiamo – giustamente – approvato una legge sullo stalking, ma per i giornalisti non c’è nulla».

E così, giorno per giorno, il notiziario di Ossigeno passa in rassegna i casi documentati di minacce e di azioni legali cui i giornalisti sono sottoposti. Senza difese aprioristiche, senza barricate, Ossigeno raccoglie informazioni, le verifica e aggiorna la contabilità dei giornalisti querelati, citati in giudizio civile, condannati al carcere o a risarcimenti in denaro. Ovviamente non tutti i processi a carico di chi fa informazione sono intimidazioni ma, almeno finché il codice penale continuerà a prevedere il carcere per la diffamazione a mezzo stampa o gli editori non proteggeranno i freelance inseguiti da cause civili, ci sarà lavoro per l’osservatorio.

608La mancanza di protezione, economica e professionale, nei confronti dell’esercito dei collaboratori precari del giornalismo italiano è un altro tema che Ossigeno sorveglia costantemente. «Una querela intimidatoria – continua Mennella – ha molte conseguenze, non ultima l’autocensura. Funziona un po’ come la caccia alle antilopi: i predatori isolano il soggetto giovane o malato, poi lo colpiscono. La solitudine aiuta chi non vuole la libertà di stampa e, su questo punto, le istituzioni della categoria dovrebbero fare quadrato. Invece capita spesso che si dica, del giornalista finito nei guai, che se la sia andata a cercare».

«La debolezza contrattuale è una questione serissima, ma non è l’unica. Oggi il giornalismo è diventato di desk, a tutti arriva la stessa ciccia, l’inchiesta costa e non si fa più. Eppure è proprio l’inchiesta la forma più alta del giornalismo, e pure la prima a pagare il prezzo dei rischi e delle crisi. Oggi, la qualità dei giornali è alla deriva: se gli articoli di retroscena sono tutti uguali, vuol dire che ormai i giornali sono diventati un velinario. Da tempo c’è un grande dibattito su cosa sarà il giornalismo. Nessuno è in grado di dirlo. Stiamo vivendo – e non tutti se ne rendono conto – un passaggio di èra, come ai tempi di Gutenberg che fece estinguere gli amanuensi aprendo all’arte della tipografia. Ma la tecnologia, nel nostro campo, rischia di impoverire la cultura giornalistica: i social media sono il contrario di un modello giornalistico. Il giornalismo è dipanamento della complessità: se tu riduci tutto a 140 caratteri, cosa potrai mai conservare? Invece pare che una fonte dei giornalisti sia diventata proprio Twitter».

Eppure il popolo sembra “tirare” verso questo nuovo tipo di informazione: veloce, superficiale, che rimbalza con un clic, gratis. E la reputazione dei giornalisti non è mai stata tanto compromessa: un buona fetta della cittadinanza li vede come un manipolo di privilegiati, corrotti, contingui al potere che, per decenni, hanno negato alla gente l’informazione e oggi, grazie a Internet, stanno finalmente perdendo il loro status. Quando un giornale chiude, ormai, non si grida alla menomazione del pluralismo mao si tace, o si fa festa. E il parere secondo cui “chiunque è giornalista”, a patto che sia armato di un computer o di uno smartphone, ha fatto breccia nella pubblica opinione. «Il citizen journalism non è il male assoluto, ma ha dei problemi. Prima di tutto l’anonimato, che il giornalista non può invocare: bisogna assumersi la responsabilità di ciò che si dice o si scrive. Poi, la verifica delle fonti. E, ancora, il fatto che nel giornalismo diffuso il testimone del fatto diventa esso stesso autore della notizia: questo non va bene. Oltretutto capita che, come si suol dire oggi, diventi virale qualsiasi cosa: pure la bufala della centrale nucleare che esplode in Francia. Ma se un giornalista sbaglia, c’è un controllo disciplinare che si affianca alla responsabilità civile e penale; nel citizen journalism anonimo, niente di tutto questo».

Ossigeno è diventato un riferimento anche statistico per le relazioni internazionali sul grado di libertà della stampa e dei cittadini. Tra le sue attività c’è anche la formazione: organizza corsi di aggiornamento su querele, rettifiche, abuso delle accuse di diffamazione a scopo intimidatorio. Sono attività che impegnano e costano: alla voce “uscite”, insieme alle ore di lavoro quasi del tutto volontario, ci sono le competenze necessarie per aggiornare il notiziario in sei lingue («Ed è difficile trovare gente che scriva di questi argomenti con la qualità necessaria: abbiamo regole di accountability molto strette, a Ossigeno non ci sono condizionali, non ci sono i “sembra”. Prima di esprimerci ci servono le carte, ciò che pubblichiamo deve essere verificato e curato con precisione»).
Alla voce “entrate”, un migliaio di euro dal 5 per mille, le donazioni, i progetti europei che prevedono una qualche forma di finanziamento.
Un lavoro prezioso, ostinato e controcorrente, ingiustificabilmente sottovalutato.

 

(1) Articolo 2 comma 2 legge 69/1963: “Giornalisti ed editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti ed editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori”.
Previous post

Bocciato l'iniquo compenso

Next post

Marino, un marziano a... Torino