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Il Marocco di Rosita Ferrato in mostra a Flor17

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Rosita Ferrato

Metti un pomeriggio di primavera a Torino, un affollato passeggio in centro – complice la manifestazione florovivaistica Flor – e un portone che si apre su uno dei cortili più eleganti della città, quello di Palazzo Birago, quasi una scenografia teatrale, com’era nell’intento dell’architetto che ne ha disegnato la curva sinuosa, Filippo Juvarra, che a Torino ha lasciato la sua firma in molti altri splendidi edifici.
E proprio come per assistere a un piccolo spettacolo privato un gruppo di passanti e di curiosi si è fermato davanti agli scatti che Rosita Ferrato ha realizzato per la mostra «Marocco: il racconto, le immagini, i profumi», per poi partecipare al reading di alcuni brani scelti del libro «I tuffatori di Casablanca», da cui anche le fotografie in mostra sono tratte.
«Non è una guida tradizionale, neppure convenzionale. È piuttosto una guida emozionale»: questa la definizione che ne ha dato Luigi Colucci, libraio della Libreria Bodoni, partner dell’evento in calendario tra gli appuntamenti di Flor17.
A cominciare dalla fotografia sulla copertina, che dà il titolo al libro, ci si tuffa in un susseguirsi di atmosfere mediterranee, intrise di profumi e aromi, luci e colori, per iniziare a scoprire un Paese che, per quanto vicino geograficamente, viene spesso percepito come distante. «In un’epoca muri ho voluto dare spazio a quello che ci accomuna», ha sottolineato l’autrice.
Non a caso la città che sente più vicina tra le otto che compongono l’itinerario è Tangeri: «Non è la prima volta che arrivo a Tangeri, ma la sensazione è sempre la stessa: trovarsi in un altro mondo e contemporaneamente a casa. Forse perché guardando all’orizzonte si riconosce la Spagna e la nostalgia improvvisamente si placa. Forse perché in questa terra conquistata e mescolata convivono storie, popoli e culture, e ritrovare un pezzo di sé non è difficile.»
A chi le chiede cosa abbia conservato del Marocco una volta tornata a casa, risponde senza esitazioni: «L’energia». Quella dei tanti giovani, quella dei mercati, delle piazze, quell’euforia vitale che difficilmente ritrova a Torino. E poi il coraggio, misto a noncuranza, dei giovani tuffatori che si lanciano nelle onde dalle mura della moschea di Hassan II che si erge sul lungomare di Casablanca. E ancora la credenza nei jiin, i geni della tradizione pre-islamica, creature fatte di fuoco, non umane giacché gli uomini sono fatti di terra, né spiriti, fatti di aria e luce. La siesta nelle sue molteplici declinazioni, i giardini Menara di Marrakech, «dove la gente si gode la frescura e gli amanti si scambiano effusioni», il blu Majorelle, «un blu profondo e squillante ripreso nelle fontane, sui muri dei giardini e in ogni dove» e l’oro.
Sulla scorta delle spedizioni del passato, quando gli scrittori e i reporter viaggiavano con i pittori al seguito, Rosita Ferrato ha unito alla sua narrazione le illustrazioni di Paolo Galletto che introducono ciascuna tappa del viaggio. Un viaggio concepito nella mente di Rosita Ferrato a partire dalla lettura dei romanzi di Edmondo De Amicis e in particolare del diario di bordo che egli scrisse per narrare il suo viaggio in Marocco nel 1875, chiamato ad accompagnare una delegazione della diplomazia del giovane Stato italiano, appena unificato.
Una finestra sul Marocco, dunque, che ha l’intento non solo di avvicinare il pubblico allo «spirito del luogo, l’aura, raccontata attraverso le persone, le storie, le atmosfere» ma anche di svelare il punto di partenza di quelle narrazioni che conosciamo solo in parte: «Ho lavorato per un certo periodo per l’agenzia Redattore sociale, occupandomi di migrazioni. Ho voluto andare alla radice delle storie che ho raccolto negli anni, scoprire i luoghi di origine di quelle persone per capire e raccontare meglio.»

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