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Il kajal di Maria Cuffaro

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copertina“Non esiste giornalismo oggettivo: la realtà è sempre quella che scegliamo.
Faticosamente ci costruiamo un percorso che ci porta verso quello che crediamo di aver scelto”.

Maria Cuffaro è una grande giornalista. La conosciamo soprattutto attraverso il piccolo schermo come inviata e conduttrice del TG3. In realtà ha scritto anche per il Manifesto, l’Espresso, Avvenimenti; in tv è stata a Channel 4 e assieme a Michele Santoro in trasmissioni come Il rosso e il nero, Tempo reale, il Raggio Verde, Sciuscià. I premi: tra i tanti conferiti, nel 2005 il premio Ilaria Alpi. Tramite i media ne apprezziamo il volto, la grinta, la bellezza… forse però fino ad oggi non ne conoscevamo l’anima, la storia. Attraverso il suo libro “Kajal. Le vite degli altri e la mia”, Maria Cuffaro parla finalmente di sé: della bambina che era in Sicilia, della sua famiglia, delle gioie e dolori privati. Di cosa provava quando era giornalista inviata nei posti più crudeli della terra, di cosa ha significato sentire sfilare accanto i proiettili e vedere morti in guerra.

“L’amore richiede pazienza e lentezza. Per strada si vive e si muore in fretta”. 
Maria Cuffaro inviata di guerra. 
A Nassiriya, per il cui lavoro vince il premio Maria Grazia Cutuli nel 2007. “A Tikrit, la città della famiglia di Saddam Hussein, ho ritrovato la Sicilia della mia infanzia. La stessa generosità e crudeltà”, e anche qui racconta di persone che la storia ha dimenticato: perché meno importanti, incomplete, ai margini, o appartenenti ad un privato che in televisione non fa share. Come il reporter argentino Mario Podestà morto in Iraq nel 2003, le prostitute italiane e le loro vite, ma anche l’India, patria della mamma di Maria, e il suo stupore di bambina quando ci arrivò la prima volta: molte le confidenze che la giornalista condivide con il lettore.

Cuffaro racconta la vita e la morte, racconta la guerra: “Vi racconterò della guerra, non come donna o come madre, ma come giornalista, vi racconterò come si nascondono le notizie, di cosa vuol dire trovarsi sotto il fuoco, avere paura”. La rabbia, il coraggio, le mascelle serrate: tutto questo la avvicina al lettore, che ne capisce i sentimenti, la forza di volontà e la sensibilità.

Tiene senza volerlo delle lezioni di giornalismo. La sua carriera, il suo percorso. Perle preziose non solo per chi la professione di giornalista la conosce, (magari non così bene come lei), ma per tutti:

La realtà la puoi solo capire se ti sporchi le mani: non basta osservare, a volte bisogna anche vivere. Dopo aver spento il microfono non si deve correr via, verso la macchina, l’albergo, il montaggio. Bisogna fermarsi, ascoltare ancora per un attimo: il dolore della donna palestinese che ha perso suo figlio, della zingara che racconta dei raid degli italiani arrabbiati e impauriti. Devi fermarti a mangiare pakora con le mani, assieme ai bengalesi, ai cingalesi e agli indiani che da mesi vivono in mezzo ai topi e agli scarafaggi in una vecchia fabbrica abbandonata sulla via Prenestina a Roma”.

“Il reporter è schiavo degli altri, fa solo ciò che gli altri gli permettono di fare, è nelle mani di chi vorrà dirgli qualcosa e il suo successo dipende solo dalla sua capacità di stabilire il contatto”.

“Ana Sahafiyin… sono una giornalista”.

 

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