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Il giornalismo per Laura Silvia Battaglia

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Laura Silvia Battaglia, giornalista freelance, amica del Caffè dei Giornalisti, è da tre mesi in Yemen, un paese in una fase di radicale cambiamento e presto sarà di nuovo in Iraq per raccogliere altre storie per il suo prossimo libro che si intitolerà “Il suono del Tigri”. In attesa di parlare insieme di questo lavoro di imminente uscita, Rosita Ferrato le ha posto qualche domanda sul giornalismo “dal suo punto di vista”. Laura Silvia non ama che si racconti troppo di sé.

Ci tiene invece a raccontare ciò che ha visto da cronista: i luoghi, la gente, le situazioni, le esperienze. La reporter ha però una storia personale interessante, unita ad un atteggiamento verso la vita un po’ speciale, e a noi piace raccontarlo per parlare un po’ di lei, ma soprattutto (e in questo Silvia Laura è un fiume in piena) della professione. Di giornalista, di cronista, in una carriera giornalistica in cui si muove superbamente, e che ora la porta spesso in Medio Oriente.

Ma come è iniziata?

Mi sono occupata di Medio Oriente con gradualità, in un percorso a tappe: prima ho capito di sentirmi a mio agio in quei territori, forse per la mia origine siciliana, e poi ho cercato di capire se potevo essere in grado di lavorare anche in luoghi un po’ più ostili, perché spesso le due cose vanno a braccetto. E così ho iniziato a farmi le ossa sulle tecniche da utilizzare come giornalista in quei posti e ho appreso a non essere solo giornalista per la carta stampata – c’è chi pensa che solo quello sia il giornalismo “vero”- ma ho approfondito altre tecniche di comunicazione, quelle legate a quel mondo, in cui è importante ogni linguaggio come quello gestuale,visuale, che poi è quello più vicino alle persone.

Come ci si muove in quei territori?

Se vogliamo raccontare delle situazioni uncovered, sotto copertura, non dobbiamo sentirci degli intellettuali. Siamo giornalisti, fondamentalmente dei cronisti, e dobbiamo cercare di non avere lo sguardo miope. Se ci si occupa di esteri è necessario avere una preparazione sulle competenze specifiche, conoscendo più tecniche possibili: la scrittura per il web, quella per il magazine, per il quotidiano, che sono diverse, diverso il modo di comunicare con il pezzo radiofonico, diverso ancora se si usano le foto, un video o un documentario. Cercare quindi di avere le competenze in questo ventaglio è importante: anche perché come freelance, la pagnotta la porti a casa così. L’altro aspetto fondamentale, anche legato ad un’onestà professionale, è la preparazione: si deve lavorare tanto, studiare… quando si va in un posto e ci si deve occupare di una fetta di mondo, lo si deve conoscere. E lo si conosce studiando la lingua, la storia e poi stando lì, cercando di apprendere sempre, perché quando vai sul posto devi confrontarti su ciò che tasti sul terreno. Così, se sei preparato capisci quello che vedi da vicino e non rischi di essere miope, così come invece occupandoti di esteri da lontano, con un giornalismo fatto solo di analisi, e nei posti non ci vai, vedi solo da lontano e rischi di essere presbite.

Qual è il valore del giornalista e in particolare del cronista di guerra?

Credo che il giornalista sia un cronista e questo è il nostro limite ma anche il nostro pregio: uno dei pochi motivi che ci consente di rendere questo lavoro utile dal punto di vista sociale e civile. Quanto alla definizione di corrispondente di guerra, non l’ho mai utilizzata: un cronista è un cronista ed è già significativo farlo responsabilmente; sono siciliana e moltissimi giornalisti nel sud Italia sono morti in una guerra silente, che è la guerra contro la mafia. Sono morti solo perché cercavano la verità, solo perché non si sono piegati davanti al più forte, ed erano in guerra. Non dicevano di essere corrispondenti di guerra, ma lo erano. Queste persone le ho conosciute e non dimenticherò mai il loro modello: Giuseppe Fava, un modello professionale, civile, di coraggio, un esempio anche del prendere la vita come viene, perché prima o poi magari non c’è più. Non penso assolutamente che i giornalisti siano degli eroi: fanno il proprio dovere, e qualsiasi persona può essere un eroe civile se non si piega alle varie forme di mafia e a qualsiasi forma di limitazione della libertà personale, se punta il dito verso chi dovrebbe fare il proprio dovere e non lo fa. Noi non siamo dei medici, non salviamo vite umane, ma possiamo aprire gli occhi alla gente se ci mettiamo al posto dei loro occhi, e, con gli strumenti che la legge ci consente, possiamo andare dove il cittadino normale non può andare, ma vorrebbe andare. Credo che sia questo il nostro compito, e non è qualcosa di speciale, ma solo la verità che abbiamo scelto; grazie al cielo non è stare in fabbrica a fare un lavoro pesantissimo, non è andare in miniera. È un lavoro mitizzatissimo! I giornalisti stessi a volte alimentano con favolose storie una vita molto spesso anche abbastanza triste, fatta di rinunce personali, di orari strani… Personalmente, non vado in certi posti per salvare vite umane, ma perché soddisfa me e il mio modo di essere; poi mi sforzo affinchè il mio lavoro abbia un’utilità civile, sociale, ma fondamentalmente è curiosità, non una particolare qualità, e questo ci tengo a sottolinearlo. Il mito che fare il giornalista in aree di crisi sia qualcosa che rende speciali perché non lo fa nessuno, mentre noi lo facciamo, ecc. si infrange di fronte alla guerra vera e propria: pochi l’hanno vista, o l’hanno vista filtrata attraverso le forze di protezione di sicurezza, attraverso i soldati (che fanno il loro lavoro e secondo me sono molto più coraggiosi dei giornalisti, e in molti casi corrono molti più pericoli); se si vivono determinate situazioni drammatiche se non tragiche, se si vivono veramente, non si ha molta voglia anche di ripercorrerle. Perché la guerra è una cosa brutta, e chi fa queste esperienze quando torna a casa non è così perfettamente lucido: chi non c’è passato non lo può dire, perché non lo sa che cos’è. Chi c’è passato non lo vuole dire perché ha paura di ammettere la sua debolezza e da un viaggio non si torna mai quelli di prima, se si è vissuto veramente un trauma, grande o piccolo che sia. Ecco perché è un mestiere che va assolutamente demitizzato.

Il prossimo viaggio?

Sto vivendo da tre mesi in Yemen, un paese che vive in questo momento una fase di radicale cambiamento, e presto sarò di nuovo in Iraq per raccogliere altre storie per il mio prossimo libro, “Il suono del Tigri” Editore Poiesis, che presenteremo a Torino al Caffè dei Giornalisti.

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