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Il giornalismo del futuro? Con la testa avanti

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Intervista ad Alberto Sinigaglia, presidente dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte

“Ho scelto e sono stato scelto dal giornalismo. Non è solo questione di vocazione” così Alberto Sinigaglia, Presidente dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte, spiega l’origine di una carriera che lo ha portato a lavorare, giovanissimo, prima nei periodici Mondadori e poi, dal 1970, alla Stampa dove ha iniziato come redattore politico, ma anche collaborando alla Terza pagina e alle pagine dei libri.

“Politica e cultura erano nelle mani di Carlo Casalegno, tra i maestri più importanti della mia vita, simbolo di quel giornalismo che aveva caratteristiche di serietà, responsabilità, indipendenza, ostinata verifica dei fatti e competenza. La Terza pagina di quegli anni aveva nella sua formula questa idea del giornalismo e del ruolo culturale di un giornale. Ed era anche una palestra per grandi inviati e per le grandi corrispondenze di guerra, le inchieste politiche e sulla pace est-ovest”.

Quali erano e quali sono le caratteristiche del buon giornalismo?
“Il giornalismo di quegli anni, alla Stampa, con Alberto Ronchey, Arrigo Levi e Giorgio Fattori aveva le caratteristiche di serietà e responsabilità a cui accennavo, oltre all’affidabilità della competenza, della chiarezza e semplicità di esposizione che il giornalismo richiede”.

Nel 1975 è stato tra i fondatori di Tuttolibri: ce ne può parlare?
“Ho avuto la grande fortuna di essere il condottiero di questa novità assoluta che è stato Tuttolibri, nato da un’idea di Arrigo Levi e Giovanni Giovannini con Carlo Casalegno. Tuttolibri era il primo caso in Italia di settimanale interamente dedicato al mondo culturale. Portava alle estreme conseguenze un’idea di giornalismo di alto profilo.
Non aveva solo le recensioni, ma anche i servizi dall’estero, il panorama del mondo editoriale dall’estrema destra all’estrema sinistra. Un’altra peculiarità è che eravamo un gruppo tutto di giovani”.

Oggi esiste ancora questo tipo di giornalismo di qualità?
“Nei grandi giornali nazionali esempi ce ne sono. Il problema è appannato da quello che sta intorno, dalla politica degli alleggerimenti e dalla settimanalizzazione dei giornali, dell’enfasi data a personaggi mediocri e della sudditanza con ciò che è televisivo. Il grande giornalismo, a volte, sembra quasi mal sopportato”.

Come vede il futuro del giornalismo?
“Dovranno riemergere le professionalità dei giornalisti. Bisogna badare a formare giornalisti più preparati. La crisi non aiuta, ma è un doloroso alibi per mandare a casa delle persone, è la pigrizia di non cercare nuove strade. Si preferisce pagare poco i freelance, la cui situazione è difficile, umiliante. Inoltre si mette in gioco la qualità del lavoro: come posso chiedere la puntuale verifica dei pezzi a chi è costretto a scriverne tre al giorno?
È necessario il ritorno al rigore. Vedremo come andranno le cose con la nuova legge che stabilisce l’obbligo della laurea. La responsabilità di chi dà informazione non è inferiore alla responsabilità del medico”.

Cosa pensa dei nuovi media, sono un bene o un male per il giornalismo di qualità?
“Non dobbiamo preoccuparci del rapporto rete/carta. Il giornalismo non muore se muoiono i giornali di carta, ci saranno solo strumenti diversi. Dobbiamo ripensare il mestiere alla luce dei nuovi mezzi e preoccuparci di fare del giornalismo online di alto profilo, di dare professionalità e controbattere lo pseudogiornalismo o il giornalismo fai da te che, sì può dare una testimonianza, ma non è giornalismo.
Al mare di messaggi e di informazioni che ci circondano dobbiamo rispondere dando all’utenza ciò che il giornalismo ha dato nei momenti migliori, seguendo le regole di onestà e affidabilità.
E poi bisogna trovare le parole giuste, il modo giusto di dire le cose, la sintesi, una grafica adatta all’online. Bisogna portare la testa avanti”.

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