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Il giornalismo al centro. Anche in un romanzo

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Libri di costume, reportage di viaggio, guide emozionali e poi, finalmente, il suo primo romanzo. Ma Rosita Ferrato, anche scegliendo un registro di narrazione diverso, non può prescindere dalle citazioni al mondo del giornalismo a lei così caro.
La protagonista de «L’amante siriano» è infatti una giornalista francese, Lee Miller: un nome che evoca e omaggia la celebre musa e amante di Man Ray, fotografa e reporter, capace di coniugare moda e impegno civile, coraggio e leggerezza, come dimostra il suo incarico di corrispondente di guerra per «Vogue».
Proprio come la sua antesignana, Lee vuole uscire dagli schemi, gioca con la frivolezza e si addentra nei circoli culturali, esplora gli ambienti intellettuali e i caffè parigini, luoghi di ritrovo e di incontro tra culture. Queste le atmosfere che fanno da cornice all’incontro con Amir, poeta e scrittore siriano, o meglio alla riscoperta di un uomo che aveva fatto parte del suo passato: anni prima era stato suo docente di arte islamica, ora è l’amante-amato, oggetto (soggetto?) del suo puro desiderio. Inizia così la loro storia di seduzione nel senso etimologico del termine, in cui ciascuno cerca di condurre a sé l’altra. Lee è convinta, riavvicinandosi, di essere quella che dirige il gioco, ma Amir la intrappola nella sua rete. A riaccendere la scintilla sopita sono insieme l’uomo e il suo mondo culturale, così ricco di fascino e suggestioni. Cultura, sentimenti, attrazione si mescolano e si confondono.
Al centro della narrazione non è solo la relazione tra un uomo e una donna, di per sé già ricca di sfaccettature, ma il confronto tra oriente e occidente, tra la fiducia totale di una donna innamorata e l’inganno di un uomo che sa manipolare i sentimenti a proprio vantaggio, tra la forza di Lee che, messa alla prova, è risucchiata da quella travolgente di Amir e l’essere disarmata di una donna che cede all’amore senza erigere barriere e si lascia incatenare. Proprio lei, che tiene più che a tutto alla sua libertà, la perde, sottomessa al giogo della schiavitù di una passione incontrollabile. Se abbandonarsi ad essa è facile – e anche piacevolmente trasgressivo, come la incita la bizzarra zia Jeanne – sottrarsi non lo è affatto. E non lo è accettare e ammettere la delusione di essersi arresa a un uomo che sa mischiare non ragione, ma interesse e sentimento. Sensualità e opportunismo, ragioni del cuore e giochi di potere attraversano le pagine del romanzo intrecciandosi come i fili di un ordito.
Rosita Ferrato riesce a fare dei ritratti quasi giornalistici di personaggi che popolano il suo immaginario e collocarli in ambienti che restituisce con uno sguardo attento e circostanziato, perché li conosce bene: la “sua” Parigi che a tratti si confonde con Torino, scenari che richiamano il mondo arabo, angoli di oriente nelle metropoli occidentali.
Finzione letteraria e affondi nella familiarità del quotidiano sono la cifra stilistica di questo lavoro di Rosita Ferrato: c’è tanto di sé e tanto di immaginato in una rielaborazione artistica di un conosciuto che può essere più incredibile dell’invenzione.

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