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Il futuro della televisione e i new media

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da mentecritica.itSiamo di fronte a un cambiamento di paradigma: questo il fil rouge sotteso a tutti gli interventi al seminario “Una giornata dedicata al futuro della televisione. Scenari, opportunità e iniziative per lo sviluppo del settore”, organizzato venerdì 19 luglio a Torino nella Sala Multimediale della Direzione Innovazione e Ricerca della Regione Piemonte, in Corso Regina Margherita 174.

I modi, i tempi, le forme del fare televisione sono totalmente nuovi, perché rinnovato è anche il mondo degli spettatori. O è meglio chiamarli utenti, senza trascurare il loro ruolo attivo. Infatti, come evidenzia Sergio Duretti, direttore del CSP, c’è un’evoluzione della domanda da parte delle persone di avere nuove informazioni e contenuti arricchiti in tempo reale e di interagire, partecipare, giocare, imparare in modo intuitivo. E di fare tutto ciò con il dispositivo di cui si è provvisti.

Nonostante le trasformazioni del sistema, la televisione continua a essere un mezzo molto diffuso: in Europa in media si guarda la tv per 4 ore al giorno. Ma non basta, perché oggi il 57% dei consumatori usa un second screen, che sia un tablet o uno smartphone, oltre alla tv per arricchire l’esperienza.
Nel 15% delle case (in Italia la percentuale scende al 9%) c’è un televisore con la connessione a internet: sono già 41 milioni di televisori, ma entro il 2016 la maggior parte delle famiglie ne sarà dotata.

Tra il 2008 e il 2012 in Italia il settore media ha registrato un calo fatturato, ma quello dei new media è cresciuto e rappresenta un terzo del mercato. Le web tv nel 2003 erano 35, oggi sono 584. Dall’internet di testi si è passati all’internet di contenuti multimediali e crossmediali.
Si è investito molto su tecnologie come il 3D, il second screen, la smart tv. Molte altre stanno per irrompere sul mercato: grazie al DVB-T2, la possibilità di trasmettere sarà raddoppiata; con il 4K si avrà una ultradefinizione; con l’ Html 5 si metteranno insieme mondo tablet, tv e smartphone.
La sfida per le televisioni è quella di essere pronte e rapide nel cogliere tutte le opportunità del passaggio dalla trasmissione analogica a quella digitale e di inserirsi, reinventandosi, nella nuova industria della comunicazione digitale.

Prospettiva di cui le emittenti radiotelevisive devono tenere conto: Pietro Grignani, direttore del Centro di Produzione Rai di Torino, è convinto che si debba avere il coraggio di progettare cose nuove e in linea con il cambiamento culturale in atto. Parte da una provocazione per ribadire che in un mondo in radicale ridefinizione nulla deve essere dato per scontato: nel 2016 ci sarà il rinnovo del contratto della Rai con lo Stato, esisterà ancora il servizio pubblico? Certo è che bisognerà reinterpretarlo, tenendo conto non solo dell’informazione, ma anche dell’intrattenimento, di nuovi target, come ad esempio i ragazzi, di nuovi territori da sperimentare, come ad esempio la web fiction.

La stessa cosa vale per le emittenti locali, come raccontano Piero Manera della FRT e Fabrizio Berrini della Aeranti Corallo. Nonostante spesso siano considerate residuali, le tv locali occupano il 34% lavoratori del settore. La situazione che stanno vivendo non è facile, molte stanno chiudendo. Per sopravvivere devono ricollocarsi e mettere in campo nuove risorse per risolvere la loro crisi d’identità: molte fanno streaming in diretta, usano twitter in modo diverso, ripensano il sito come un aggregatore e distributore di risorse, non solo come una vetrina.

Ci sono poi delle aree che hanno particolari difficoltà a essere raccontate, ma che potrebbero, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, uscire dall’isolamento: sono le comunità montane, che solo in Piemonte sono 553, per un totale di 700 mila persone. Dopo decenni di spopolamento, ora si assiste a un’inversione di tendenza e molti fanno ritorno in montagna. Questi territori, come evidenzia Marco Bussone dell’Uncem, hanno esigenze diverse rispetto alle aree urbane ad alta densità di popolazione e meritano un’attenzione particolare. Sono pochi i canali dedicati e il tgR Montagne è trasmesso alle 8.10, una fascia oraria davvero poco fruibile. Sui media le montagne sono presentate come uno spazio ludico, un’appendice di Torino, dove fare sport e divertirsi, oppure con i toni drammatici della “montagna che uccide”. Ci vogliono idee e proposte nuove, che raccolgano le storie di persone che davvero vivono quei luoghi.

In generale, occorre una maggior cura per la contestualizzazione e per la declinazione locale dell’informazione, unita alla consapevolezza che diversi oggi sono i modi di fruizione.
La radio e la televisione non muoiono: internet è solo lo strumento per farle arrivare.

 

 

 

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