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Il denaro e le mani dell’amico di Erdogan su Hürriyet e la CNN turca

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Fondato nel 1948, Hürriyet è un quotidiano generalista tra i più popolari in Turchia, vende più di 300.000 copie e si rivolge ai settori meno scolarizzati della società.

Il governo turco ha rafforzato il controllo sulla stampa locale con alcune manovre degne di essere conosciute. Il magnate Demironen, vicino al partito Giustizia e Sviluppo (Akp) del presidente Recep Taiyyp Erdogan, ha annunciato l’acquisto della principale media holding turca, la Dogan Holding, che ha confermato essere iniziate le procedure per la vendita del gruppo a Erdogan Demirören, per il corrispettivo di un miliardo di dollari. La Dogan Holding include il quotidiano Hürriyet (in italiano Libertà), il giornale sportivo Fanatik e un canale televisivo chiave per la comunicazione politica, la CNN Turchia.  Sia CNN in lingua turca, sia Hurriyet erano considerati media relativamente indipendenti, almeno negli ultimi anni. Demirören, peraltro, ha interessi anche in campo energetico e nelle costruzioni.

L’annuncio della vendita ha sollevato preoccupazioni nella stampa turca sulla possibilità che ci possa essere poco spazio per il dissenso in vista della campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2019. Alcuni giornalisti della Dogan Holding hanno espresso il timore che si tratti di un tentativo di strangolare il sistema mediatico turco, già fortemente centralizzato e censurato. Tra i casi più gravi, quello che ha coinvolto Can Dündar (qui intervistato dal Caffè), giornalista di Cumhuriyet, noto per la sua inchiesta sul passaggio di armi dalla Turchia a Isis in Siria e costretto a lasciare il Paese. «È una prova di mancanza di pluralismo, di tolleranza del dissenso e della libertà di espressione», hanno dichiarato in una nota alcuni giornalisti del gruppo. «Con questa operazione, il 90% dei media turchi sono controllati dal governo», prosegue la nota.

Il giornalista turco Kadri Gursel, rilasciato lo scorso anno, ha commentato la notizia su Twitter denunciando che i media in Turchia sono sotto «il controllo politico diretto di Erdogan».

Secondo il magazine Forbes, Erdogan Demiroren è tra i 45 turchi più ricchi con una fortuna stimata di 850 miliardi di dollari. Il valore del Dogan Media Group si aggira intorno a 1,1 miliardi di dollari, con un debito stimato intorno ai 200 milioni di dollari. Da parte sua, Demiroren ha già proceduto all’acquisto dei giornali Milliyet e Vatan nel 2011 dalla Dogan Holding.

Suo figlio, Yildirim, ha un ruolo centrale nel controllo della Federazione calcistica turca ed è un amico della famiglia del presidente turco. Una registrazione, emersa nel marzo 2014, evidenzia la voce di Erdogan Demiroren chiedere scusa in lacrime per la diffusione di una notizia sul processo di pace con i curdi, ritenuta poco favorevole alle autorità.

Il fondatore della Dogan Holding, Aydin Dogan, ha avuto un rapporto instabile con il presidente Erdogan sin dalla sua ascesa al potere nel 2002. L’azienda ha subito nel 2009 una multa senza precedenti di 2,5 miliardi di dollari, secondo alcuni dovuta soprattutto al suo atteggiamento critico verso il governo. Per questo motivo, il gruppo dovette vendere Milliyet e Vatan. Erdogan non ha mai perdonato a Dogan un titolo in prima pagina risalente al 1998, quando il presidente turco venne denunciato per la lettura di un testo, noto in ambienti islamisti. «Non può neppure essere un capo villaggio», fu l’apertura del giornale. Di recente, il giornale Hurriyet del gruppo è sembrato su posizioni più moderate, proprio per evitare di irritare il governo turco.

Secondo attivisti per la libertà di espressione in Turchia, la proprietà dei media da parte di grandi aziende che fanno affari anche in altri settori ha incoraggiato una censura che paralizza il sistema mediatico. Decine di giornalisti sono stati arrestati in seguito al fallito colpo di stato militare in Turchia del 15 luglio 2016. Decine di media critici sono stati censurati nel Paese, in particolare quelli vicini ai movimenti curdi, tra cui IMC TV e Taraf.

 

Il Caffè dei giornalisti, su #VociScomode, ha pubblicato lo scorso settembre un dossier sui giornalisti turchi meno noti già detenuti dal regime di Erdogan. Il testo è a cura di un giovane giornalista e videomaker turco fuggito a Parigi che si è firmato con uno pseudonimo, in attesa del riconoscimento del suo status di perseguitato.

Nel 2016, il Caffè ha dedicato l’evento #VociScomode alla censura di Stato in Turchia. L’archivio contiene tutti i testi e i video dei lavori, i dossier prodotti in collaborazione con l’Università di Torino, le testimonianze dei giornalisti rifugiati.

Qui trovate un’intervista filmata a Marta Ottaviani sul suo libro dedicato a Erdogan e sulla censura in Turchia. 

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