Home»Professione giornalista»Pagliaro: il declino dell’informazione? Mettiamoci un punto.

Pagliaro: il declino dell’informazione? Mettiamoci un punto.

0
Shares
Pinterest Google+

«Troppa informazione equivale a nessuna informazione. E quella cattiva peggiora la qualità della vita e può avere gravi conseguenze. Dovremmo quindi selezionarla concentrandoci su quella necessaria, utile e, perché no, divertente. Sull’informazione professionale dovremmo investire di più, dovrebbe farlo in primo luogo l’industria editoriale. La buona informazione costa, e non la possono garantire gli smartphone del citizen journalism. Ma la buona informazione, come abbiamo visto, può essere un affare. Quanto a noi produttori, dovremmo attenerci alle regole d’oro del nostro mestiere: il controllo dei fatti, che sarebbe ciò per cui ci pagano, e l’onestà nel riferirli» (Paolo Pagliaro, Punto. Fermiamo il declino dell’informazione)

Paolo Pagliaro, giornalista, ex redattore capo de La Repubblica e vicedirettore de L’Espresso, già direttore de L’Adige, dal 2008 è coautore della trasmissione televisiva Otto e mezzo (La7). Il suo saggio Punto. Fermiamo il declino dell’informazione, pubblicato da Il Mulino, tratta il problema epocale dell’epidemia che sta decimando i media tradizionali, travolti dall’onda della Rete e da un crollo senza precedenti di fiducia tra giornalisti e lettori anche per il mutamento radicale di abitudini decennali, dei modi e dei tempi con cui i cittadini raccolgono le notizie. Abbiamo discusso con lui dello stato di salute dell’informazione, dei suoi mali più evidenti e delle possibili vie di uscita.

L’informazione sembra risucchiata in un vortice di crisi: perdita di credibilità, chiusure e ridimensionamento di testate. Quale responsabilità ravvisa nei giornalisti stessi, nell’essersi cacciati in questo cul-de-sac di un mondo “connesso” che sembra voler ostinatamente fare a meno di loro? La gente pensa ancora al giornalista come come a un esponente della casta e servo del potere, quando in realtà ci sono sempre più freelance e sempre meno soldi per pagare chi fa questo mestiere… 

La copertina di Time del 25 dicembre 2006

Qui funziona la legge del contrappasso. Avendo promosso la rete e il suo “popolo” (sempre rigorosamente anonimo) a protagonisti del dibattito pubblico, avendoli trasformati in una fonte accreditata di notizie e in un termometro affidabile delle opinioni e degli umori correnti, avendo scambiato i graffiti di un bagno pubblico per una corrente di pensiero, il giornalismo ha creato le premesse per la propria débacle. Se “lo dice la rete”, che bisogno c’è che ce lo dicano i giornali? Fu Time, nel 2006, a decidere che personaggio dell’anno nonché protagonista del nuovo millennio era “you”, cioè quell’uomo qualunque tecnologicamente avanzato in grado di prendere in mano le redini dell’informazione globale, sottraendo questo compito ai professionisti dei media. “You” l’ha preso in parola e adesso i giornali boccheggiano.

Forse, allora, i veri responsabili di questo declino sono gli editori? In fondo sono loro ad aver prima ignorato, poi sottovalutato, poi ancora cercato impossibili sponde con le aziende over the top, aiutandole a distruggere testate e mietere migliaia di posti di lavoro. Quotidiani e settimanali perdono lettori e gettito pubblicitario incessantemente, dal 2008 a questa parte, mentre Google e Facebook fatturano miliardi di dollari.

Nel gioco delle parti, gli editori sono più vittime che carnefici. L’ordinamento non li aiuta. Il saccheggio dei contenuti editoriali da parte degli over the top non è di fatto sanzionato. Ai nostri tempi per leggere un giornale occorreva acquistarlo, oggi – come sappiamo – non è più così. Agli investitori pubblicitari la cosa può non dispiacere ma l’industria editoriale muore.

Nel suo saggio lei parla di Jeff Bezos e del suo salvataggio del Washington Post, che effettivamente era moribondo e si è rilanciato. Non crede, per contro, che sperare nell’elemosina dei miliardari del web mossi a compassione per la morte del vecchio giornalismo possa essere un azzardo?

La vicenda Bezos-Washington Post è interessante perché dimostra che il giornalismo professionale può essere declinato in forme (e piattaforme) nuove, può conquistare il web invece di esserne travolto. Aumentare i contenuti pensati per attirare interesse sui social network , investire sulla velocità e la grafica della versione mobile, differenziare i canali di distribuzione, rafforzare i team che si occupano di breaking news e inchieste: questo ha fatto Bezos. Il gruppo Springer, in Germania, ha fatto più o meno lo stesso. Penso che il giornalismo possa tornare a essere un buon affare. E’ una partita, quella per lo sfruttamento e l’occupazione del web, in pieno svolgimento e dall’esito incerto.

Secondo Alessandro Gilioli (l’Espresso) i giornalisti si starebbero trasformando in generici “informatori” senza testata né appartenenze editoriali, cui la Rete assegnerà una sorta di valore-gradimento in base al quale avrà il suo peso sul mercato. Lei è d’accordo? Se la perdita di uno status anacronistico e foriero di cattive reputazioni, come quello del giornalista-sacerdote davanti a un pubblico di lettori muti, è un normale avvicendamento storico, siamo sicuri che demandare alla Rete (qualunque cosa essa sia) il compito di decidere chi sia affidabile nell’informare sia la soluzione giusta?

No. Credo che la rete, proprio per la sua natura frammentata e manipolabile, non sia in grado di selezionare alcunché, a cominciare dai candidati al municipio di Genova. In rete c’è chi ha successo perché conosce i meccanismi su cui si basa l’economia dell’attenzione, ma molti clic non sono sinonimo di affidabilità.

Lei indica una serie di possibili uscite dalla crisi: competenza, una nicchia di lettori paganti, qualità, tecnologia usata da professionisti. Basterà? Dopodiché lei suggerisce, come ultima spiaggia, la “mort aux cons“, la morte agli idioti, una resa dignitosa nell’evenienza di un fallimento della sopravvivenza del mestiere agli sconvolgimenti del web. Ma se la fuga dalla realtà salverà i singoli illuminati, potrà salvarsi la società dal degrado dell’assenza di una guida, di un medium nel senso etimologico del termine, come per secoli è stato il cronista, l’inviato, il reporter?

“Mort aux cons”, vasto programma, è un piccolo e scherzoso premio di consolazione per gli sconfitti. Ma prima di arrenderci dobbiamo provarle tutte. Quando sullo smartphone degli adolescenti arriveranno le breaking news firmate corriere.it (o simili) vorrà dire che la battaglia si può vincere.

Cosa pensa del fenomeno dei cosiddetti “influencer”, dei quali adesso inizia a occuparsi anche l’Antitrust? Talora sono figure di mezzo tra i giornalisti e i pubblicitari, altre volte personaggi televisivi o del web che mascherano marchette con presunta informazione o fanno spudorata pubblicità nella totale assenza di regole e di controllo. Si batte senza pietà sul fenomeno deplorevole del giornalismo asservito ai padroni che pagano, ma com’è possibile che le stesse persone che vorrebbero eliminare in blocco la categoria si “bevano” pubblicità e distorsioni informative solo perché arrivano da estetiste, ballerine, sportivi, oratori da strapazzo e personaggi nati su YouTube?

Continuo a pensare che i veri influencer siano altrove. D’altra parte è questa la ragione per cui mandiamo i nostri figli a scuola e, se va bene, anche in libreria, in un museo o in una sala da concerti. Lì speriamo che lo incrocino, un influencer. Ma certo c’è un problema di credibilità dei media e soprattutto della politica. Persuadere dovrebbe essere compito loro. Se non lo fanno, si apre un vuoto che può essere riempito da ogni forma di manipolazione, dalla più innocua alle più insidiose. Per quanto riguarda la pubblicità, se la veicola un influencer c’è il vantaggio che perlomeno non è più occulta (almeno così si spera, posto che negli Stati Uniti l’82% degli studenti non è in grado di distinguere tra una notizia e un contenuto sponsorizzato).

Ritiene che una legislazione penale europea potrebbe limitare alcuni fenomeni di degenerazione dei social? Finora, perseguire minacce e diffamazioni su Facebook e Twitter è stato complicatissimo, perché gli over the top oppongono la giurisdizione della loro sede legale o chiedono rogatorie internazionali per dare seguito a denunce e querele. Rendere il web meno anonimo quanto potrebbe aiutare a creare un clima più fertile per il rifiorire di una domanda di informazione professionale, corretta, fatta con competenza e passione?

Come sappiamo, per l’apparato giuridico convenzionale il web è zona franca. Nel libro c’è il lungo elenco dei reati che vengono commessi in ogni istante on line con la certezza dell’assoluta impunità. Sì, penso che abbiano ragione Sunstein e Zeno-Zencovich, come scrivo nel mio libro: la libertà di parola non è un bene “assoluto”, la difesa della democrazia e delle sue leggi ha la precedenza. Credo che – rispetto ai contenuti – la grande industria tecnologica debba assumersi le proprie responsabilità, come ha sempre fatto l’industria editoriale. E, già che ci siamo, aggiungo anche che dovrebbe finalmente cominciare a pagare le tasse.

Previous post

Il boicottaggio di Al Jazeera: storia di media e potere in Medio Oriente

Next post

Elif Gunay: essere figlia di un giornalista imprigionato