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Il coraggio della gente raccontato da Lucia Goracci

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Lucia Goracci

Il suo volto si ricollega immediatamente al Medio Oriente. Inviata per il Tg2, poi per il Tg3 – per il quale ha seguito anche eventi importanti in America Latina, come il terremoto di Haiti del 2010 e l’incidente nella miniera di San José in Cile – Lucia Goracci  si occupa per RaiNews24  di temi internazionali come inviata, dall’Iran a Gaza all’Egitto.
Ha iniziato la sua professione in un’era in cui si investiva nel racconto: basti pensare alla guerra in Iraq, che è stata documentata con una presenza di inviati costante. “Oggi le scelte coraggiose non si fanno più”, lamenta la Goracci, intervenuta in occasione di Reportage dall’Iraq. “Per questo motivo si è deciso di non essere presenti in Libia o si è smesso di presenziare a Damasco”. Una ragione, certo, è la paura dell’Isis, ma anche una convinzione che – cessata la contingenza – gli esteri non siano “notiziabili”.
E forse anche il fatto che degli inviati si possa fare a meno. A questo proposito, cosa ne pensa del citizen journalism? “L’informazione dal basso è molto partigiana. Quello che amo, invece, è il coraggio della gente comune”.

Racconta, ad esempio, di quando è stata in Iran per documentare la campagna elettorale per le presidenziali del 2009, condotta in modo molto moderno con dibattiti, manifestazioni nelle piazze, eventi negli stadi, tanto da convincere l’elettorato iraniano a tornare a votare dopo un periodo di grande sfiducia. Nonostante queste premesse democratiche, le elezioni hanno visto la vittoria di Mahmud Ahmadinejad, confermato presidente al primo turno. Queste presunte irregolarità hanno scatenato forti proteste. “Avremmo voluto documentare queste contestazioni”, ha ribadito Lucia Goracci, “ma ci è stato impedito: l’operatore che era con me è stato arrestato, la mia interprete picchiata. Il 14 giugno, al grido di ‘Dov’è il mio voto?’, due milioni di iraniani sono scesi in piazza: la reazione delle forze di polizia è stata violenta, hanno sparato sulla folla e nove persone sono morte. Di notte mi hanno chiamato dalla reception dell’hotel dei giornalisti dove alloggiavo: un gruppo di studenti mi aveva portato un video con le immagini di quelle manifestazioni represse nel sangue perché potessi mostrarle e raccontare ciò che era accaduto”.

Un grande contributo in un’ottica di aderenza alla realtà arriva anche dalla rete: “Internet smaschera la menzogna di regime: grazie al web oggi siamo tutti a conoscenza delle violazioni dei diritti ad opera di Bashar al-Assad, mentre questo, ovviamente, non è stato possibile durante la presidenza di  Assad padre, su cui regna il mistero”.
La rivoluzione digitale, come si sa, ha avuto ripercussioni importanti nel campo del giornalismo e le trasformazioni tecnologiche hanno avuto un impatto potente nell’accesso e nella produzione dell’informazione. “Io sto più nel cuneiforme che nel 2.0!”, scherza Lucia Goracci. “E’ vero però che internet ci garantisce una grande libertà, perché ora posso riversare un pezzo senza doverlo sottoporre a tutti i controlli come in passato. Mi ricordo di quando un mio pezzo è stato bloccato da Irib, la tv di stato iraniana, perché l’attrice che avevo intervistato compariva senza velo, cosa tra l’altro lecita, visto che era a casa sua.”

Anche oggi, tuttavia, capita di non essere fedeli alla verità dei fatti: Lucia Goracci racconta di quando nel 2011 gli inviati sono andati in Libia pensando di assistere alla terza primavera araba. Quello che si sono trovati di fronte è stata una guerra civile. “Mi sono accorta che esisteva un vero e proprio programma politico di appoggio alla rivoluzione. Così si è dovuta inventare la notizia di 10.000 morti in fosse comuni, di cui io non avevo alcuna prova. Mi è stato chiesto di dare questa notizia. Come si usa, io non l’ho fatto nel mio pezzo, ma la notizia è stata ripresa nei titoli”.

Ma qual è allora il criterio su cui si regge al notiziabilità? “Io sono per lo stare a lungo e ritornare nei luoghi. Ma questo non corrisponde spesso alle esigenze editoriali. Appena dopo il terremoto sono stata ad Haiti due mesi e tutti i giorni sono andata in onda. Ho deciso di tornarci qualche tempo dopo e in dieci giorni hanno mandato un solo pezzo. Le notizie si archiviano in fretta. Ma con questa informazione col fiato corto non possiamo capire la complessità dei fenomeni: ecco allora che ci ‘esplode’ l’Isis o ‘scopriamo’ Al Qaeda in Libia.”

Se la notizia di esteri ha però un impatto sulla politica interna italiana, ecco allora che diventa interessante. Provando a ribaltare la prospettiva, in Medio Oriente come  vedono noi e il nostro Paese? “Tutti conoscono molto bene l’Italia. Amano la nostra letteratura, il nostro cinema. Mi ha davvero stupito che un pasticciere che ho intervistato a Teheran sulla questione della censura (era appena stato censurato “Memoria delle mie puttane tristi” di Garcia Marquez), mi citasse l’episodio del prete di ‘Nuovo Cinema Paradiso’ che, al suono della campanella, censurava le scene di baci perché ritenute sconvenienti. Ma ve lo immaginate un pasticciere di Roma che cita Kiarostami?”

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