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Il compenso c’è, l’equità no

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L’accordo c’è, ma non fa sorridere. Giorni fa, alla presenza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria, Luca Lotti, si è firmato il documento sull’equo compenso dei giornalisti, con un unico voto a sfavore: quello del presidente dell’ordine dei giornalisti Enzo Iacopino. D’accordo con il testo del compromesso sulla giusta paga ai giornalisti si sono dichiarati tutti gli altri rappresentanti delle parti in causa: la Fieg (Federazione italiana editori giornali), la Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) e anche l’Inpgi (l’Istituto di previdenza dei giornalisti). Ma quanto è equo, il compenso che verrà stabilito per legge tra qualche giorno, con un decreto ad hoc del governo Renzi in cui si definiranno anche i dettagli sui fondi da distribuire al settore dell’editoria?

La nuova regola riguarda i titolari di una collaborazione continuativa: il giornalista che scrive per un quotidiano un minimo di 12 articoli al mese viene riconosciuto d’ufficio co.co.co e ha diritto a un minimo di 250 euro lordi al mese. Le tariffe minime stabilite (20,80 euro a pezzo con minimo 1.600 battute e 6,25 euro per agenzie, un minimo di 3.000 euro l’anno per 40 segnalazioni o informazioni mensili sul web) hanno però scontentato il rappresentante dell’ordine nazionale, che ha commentato così: «Ha vinto la Fieg con la complicità della Fnsi: con sei voti e il mio solo contrario restate, voi giornalisti freelance, condannati alla fame. Lo sconfitto sono io. Mi prendo la libertà di fare un solo esempio. Un collega che per un quotidiano scrive 432 articoli in un anno (più di uno al giorno, festività, estate e tutto quanto compreso), arriverebbe a guadagnare 6.300 euro. Tolta la ritenuta fiscale (21%), la somma scenderebbe a 4.977. Poi c’è il 10% Inpgi e si arriva a 4.347. Se il collega vuole preoccuparsi per la sua salute, deve trovare alcune centinaia di euro per la Casagit (un po’ meno di 400 per il profilo 4) e, se ha a cuore il suo futuro, gli verrà concesso di versare non so quanto al Fondo complementare».

Ma anche a non voler calcolare tutte le spese a carico del collaboratore, spiega Iacopino, «nessuno dica che queste cifre rappresentano solo i minimi salariali, per pietà: editori in giro che mettano volontariamente le mani in tasca con generosità non ne conosco. Sia chiaro, quella pattuita è una cifra annua: non montatevi la testa, dunque. Cifra nella quale c’è compreso, si legge nel testo, il “costo dei mezzi organizzati’. Come dite? Non bastano neanche per il pane. Ma non state lì a rompere, fatevi dare delle brioches da una Maria Antonietta di turno».

In effetti le cifre di cui parla l’accordo non possono in alcun modo rappresentare un approdo soddisfacente per tutelare i giornalisti non contrattualizzati. Chi ha firmato l’accordo ha sottolineato che, d’ora in poi, chi lavorerà continuativamente per una testata avrà diritto a un contratto, possibilità precedentemente esclusa dal far west delle collaborazioni, e che si lavorerà affinché i co.co.co possano arrivare alla gestione principale dell’Inpgi, abbandonando l’Inpgi 2 e avendo così diritto ai trattamenti di prestito, mutua e disoccupazione finora riconosciuti soltanto ai titolari di contratto giornalistico. Tuttavia, come si è fatto correttamente rilevare, l’arma della collaborazione continuativa è e resta in mano agli editori: se si vuole evitare di incorrere nei minimi stabiliti dall’accordo e nei relativi obblighi, difatti, sarà sufficiente utilizzare più collaboratori, evitando per esempio che un quotidianista scriva 12 articoli al mese e rientri negli estremi dell’accordo sull’equo compenso.

 

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