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Il boicottaggio di Al Jazeera: storia di media e potere in Medio Oriente

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La redazione centrale di Al Jazeera a Doha (Qatar)

I media nel mondo arabo non sono altro che strumenti nelle mani del potere. È questa la prima sintesi da fare a seguito di quello che è ormai diventato il caso Al Jazeera, che ha il merito di aver scoperchiato i giochi che si nascondono dietro alla parola “informazione” in quella regione. Informazione che con l’accrescersi dei conflitti nell’area si è sempre più piegata a una politicizzazione di parte, sia nella scelta della notizia sia nell’analisi da divulgare.
Premesso che da questa nostra parte di mondo non ne siamo certamente immuni, tuttavia il caso Al Jazeera e la regione nella quale si consuma il dramma ci permettono di capire meglio come monitorare quel che succede da quelle parti e fotografare i danni che può recare la politicizzazione nell’informazione a più livelli.

Ma facciamo un passo alla volta, provando non solo a decifrare ciò che si nasconde dietro alla guerra lanciata dalla filiera Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro il Qatar, con al centro la richiesta di spegnere Al Jazeera, ma anche lo stato di salute dell’informazione nell’area. È chiaro fin da subito – rimettendo in seguito i tasselli della storia di questo canale panarabo – come la sua forza comunicativa sia riuscita in primis nell’impresa di far conoscere un minuscolo Stato sconosciuto a molti, il Qatar, e conseguentemente diventando il punto di riferimento e la fonte primaria di informazione per il mondo arabo in un momento, quello di fine anni ‘90, dove effettivamente vi era una mancanza di rivali nel settore. Se il Qatar ha fatto nascere Al Jazeera, quest’ultima lo ha fatto crescere, gli ha dato vigore e forza politica a livello regionale e internazionale. È bastato qualche anno, però, per passare dall’essere il fiore all’occhiello dell’area sulla comunicazione a minaccia per la stabilità dei paesi arabi, fino all’accusa di propagandare il terrorismo appoggiando la fratellanza. Come e quando è potuto accadere ciò? Dal 1996, data di nascita del canale, le trasformazioni nel mondo arabo sono state tante e tutte veicolate o cavalcate dalla tv qatarina, sia sotto l’aspetto religioso sia politico. Non c’è alcun dubbio sul fatto che abbia fatto grande informazione di qualità, ne va dato merito, ma non è stata immune nel calcare la mano, mancando di obiettività. Una sua celebre giornalista, Khadija Benguenna, da me intervistata su La Stampa, ha riconosciuto gli sbagli commessi: «Ammettiamo – ha dichiarato – di essere caduti in alcuni errori, a causa del caos in cui viviamo nel mondo arabo. Non è possibile mantenere l’imparzialità, l’accuratezza e tutti i criteri oggettivi al 100% nella situazione attuale, ma siamo vigili nella nostra missione perché quello che vogliamo consegnare alla gente è la verità».

Verità che, tuttavia, non convince i suoi detrattori.  I temi scomodi, la professionalità comunicativa, la tenacia e il coraggio dei giornalisti di Al Jazeera hanno reso l’emittente una vera macchina da guerra non solo da temere, ma anche da imitare. La nascita di Al Arabiya nel 2003, infatti, fu la risposta saudita non solo comunicativa ma anche politica e antagonista all’ascesa aggressiva del piccolo Qatar come nuova potenza regionale. La partita sull’egemonia nella regione diventava sempre più grande, con le primavere arabe che dividevano le piazze e gli interessi. I finanziamenti a fronti opposti (ma sempre “ terroristici”) sono crimini di cui si sono macchiati i diversi Stati in conflitto tra loro, senza eccezione alcuna. La differenza è che il Qatar ha Al Jazeera, che giocherà un ruolo primario sul pubblico e la percezione che i telespettatori si faranno di ciò che avviene, anche nel ribaltamento del potere centrale; a patto che sia… a casa di altri. Non a caso, sono diversi i Paesi che chiudono le sue sedi; alcuni documenti di Wikileaks, classificati nel gennaio 2003, svelano gli scambi di opinioni fra l’ambasciatore Richard Haass, l’ambasciatrice Marcelle M. Wahba e il principe ereditario degli Emirati, oltreché capo della Forze armate, Muhammad Bin Zayid Al-Nahyan. Il principe suggerisce al generale Tommy Franks, all’inizio dell’intervento americano in Afghanistan, la sede dell’emittente, per evitare una campagna mediatica contraria alla guerra contro i Taleban e Al-Qaeda.
Inoltre, sempre lui avrebbe suggerito a Franks di non portare giornalisti al seguito delle truppe, per evitare che parlassero delle vittime civili nel conflitto. Stesso consiglio alla vigilia della guerra per rovesciare Saddam Hussein, con le masse arabe sunnite pronte a scendere in piazza a difesa del raiss e contro “l’imperialismo americano”. In un altro incontro con Haass, invece, diede indicazioni su come contenere la rabbia dell’opinione pubblica araba in vista dell’attacco; fra i suggerimenti, c’era quello di “limitare” i reportage di Al-Jazeera e di fare pressione sul governo del Qatar per un uso moderato dell’emittente. Insomma: è chiaro che la partita è molto geopolitica.

Ci sono 4oo milioni di spettatori arabi che hanno sete di conoscere e seguire i propri drammi e quelli dei Paesi vicini. Un pubblico immenso, che non poteva essere lasciato solo ad Al Jazeera e Al Arabiya, soprattutto nel momento in cui aumentavano le divisioni, gli interessi, e ognuno aveva bisogno di convincere più opinione pubblica sulla bontà della propria causa con il mezzo più efficace e immediato: la televisione. Seguitissima nel mondo arabo – basti pensare alle infinite antenne paraboliche che si possono incrociare anche nella peggior baraccopoli di Casablanca – la politicizzazione della informazione entra così a gamba tesa, con la nascita di altri canali di Paesi anche non arabofoni ma che utilizzeranno la lingua araba per arrivare a quell’immenso pubblico. Basti pensare all’iraniana Al Alam, o la turca TRT7, la Russa RT, ma c’è anche la americana Al Hurra, e la francese France 24 in versione araba, l’ascesa della tv libanese filo-iraniana Al Mayadeen… Tutti vogliono dire la loro ma tutti cadono nella trappola del potere che li vincola e veicola. Il caos nel mondo arabo è insieme il caos della propria narrazione. Chi, come me, di mestiere monitora i media arabi, per tradurli altrove, lo tocca con mano nel momento in cui una stessa notizia – quando è strategica e geopolitica – viene raccontata in modo diverso da un canale all’altro, e non certo per sfumature narrative.

La guerra ad Al Jazeera, combattuta anche con la creazione e l’ascesa di altri canali all-news arabofoni, dimostra almeno due cose. La prima è che il mondo arabo non esiste, anche se ci ostiniamo a volerlo raccontare come compresso in un unico contenitore. Ci sono mondi diversi e antagonisti, all’interno di un’area geografica, e man mano che si va avanti le differenze emergono ed esplodono e la violenza comunicativa lo dimostra. La seconda è che l’informazione nella regione è ancora lontana dall’essere pienamente indipendente. Per informarsi su ciò che avviene, non solo bisogna minuziosamente scegliersi diversi canali antagonisti ma dotarsi anche di una buona analisi critica. Tornando alla domanda che ci si continua a fare, e cioè se siano valide le ragioni degli stati che boicottano Al Jazeera oppure siano immotivate, la risposta sarebbe affermativa se ci trovassimo in un ambiente di informazione non inquinato. Il punto vero del conflitto, infatti, è più geopolitico che deontologico. C’è una macchina da guerra che marcia nel caos con i riflettori accesi e puntati, laddove non sono mai stati accessi. Alcune volte lo fa con obiettività, altre volte meno, ma è ciò che di più straordinario c’è rispetto ad altri: perché il vero problema non è tanto Al Jazeera, ma il contesto in cui nasce Al Jazeera e le dinamiche che la circondano, su tutto il rapporto tra informazione e potere, ancora schiacciata e compromessa, come d’altronde è la sua stessa popolazione, che fatica ad avere un’opinione libera e senza censura.

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