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I migranti cambieranno il mondo

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Dai numeri ai volti. Un obiettivo concreto quello della mostra «Migranti: la sfida dell’incontro», presentata ieri alla Piazza dei Mestieri di Torino, dove rimarrà fino al 17 marzo. La parola chiave, come ha suggerito il curatore Giorgio Paolucci, è immedesimazione, ovvero la posizione umana originale del mettersi nei panni di un migrante, cercando nell’incontro una soluzione alternativa a muri, filo spinato e fortezze. E poi comprensione delle ragioni che spingono uomini e donne, con o senza le loro famiglie, a lasciare le loro terre: guerre, discriminazioni etniche, dittature, ma anche disuguaglianze economiche e condizioni ambientali avverse.
Il percorso di visita, guidato dai ragazzi del liceo scientifico A. Volta, mostra il lato non emergenziale delle migrazioni, piuttosto il loro carattere permanente, che prende il volto dei nostri nuovi vicini di casa, di quei 178.000 che solo nel 2015 sono diventati italiani, rivendicando il loro desiderio di appartenere a questo Paese.
Nel marzo 2011 tra i migranti arrivati sulle nostre coste c’era un osservatore molto speciale, che aveva deciso di compiere lo stesso viaggio attraverso il Mediterraneo, nelle stesse condizioni, per raccontarlo: era Domenico Quirico. Chiamato sul palco nella serata di presentazione della mostra, più che testimoniare la sua esperienza, ha mostrato tutta la sua indignazione: «Sono passati sei anni e nulla è cambiato. Questo dimostra il vergognoso e irrecuperabile fallimento delle politiche europee in tema di migrazioni».
Rifiuta categoricamente la distinzione tra rifugiati e migranti economici, in nome del «diritto assoluto, totale, incondizionato di tutti i migranti di essere ammessi.» Provocatoriamente distingue tra «migranti utili» e «migranti inutili». I primi sono quelli che ci assomigliano, che parlano una lingua comprensibile, che facilmente riusciremo a inserire in un anello della catena di montaggio o tra gli ingranaggi del nostro sistema. «Qual è il ‘mio migrante’?», si chiede allora Quirico. «È quello totalmente inutile, che non sa fare niente. Quello che parla bambara, peul, swahili. Quello che tocchiamo con i guanti di gomma e dopo aver indossato la mascherina, come non facciamo più nemmeno con gli animali. Quello che ci porta le malattie. Beh, confesso che in trent’anni di viaggi in Africa non ho mai preso neanche il raffreddore.»
La sua lettura del fenomeno migratorio è quella di aver aperto uno squarcio sulla debolezza dell’Europa: culla della democrazia, dei diritti umani, della libertà, che però sembrano valori riservati a pochi, «un paradiso a numero chiuso».
Ma non vuole chiudersi nella rassegnazione e dà un’interpretazione davvero inedita: la migrazione come ultima possibilità di rivoluzione, il migrante come chance di cambiare il mondo.
Conoscere le loro storie può trasformare il nostro punto di vista e il nostro sguardo sulla realtà. Non può aver lasciato indifferenti il racconto di Samil, giovane migrante originario del Gambia che ha condiviso con i presenti in sala le vicende e le emozioni che hanno accompagnato il suo viaggio verso l’Italia: dalle carceri libiche alla traversata a bordo di un barcone, solo, dopo aver perso i suoi cari e la speranza, fino ad arrivare al presente, fatto di nuova dignità e riscatto attraverso il lavoro di panettiere. «Non potrei essere più ricco», conclude.
Benché ciascuno si sia portato a casa un po’ del suo dolore, abbia ripensato con amarezza alle ingiustizie che tanti come lui sono costretti a subire, si sia indignato per quanti soldi si possono fare sulle spalle dei più poveri, la verità, come ha sottolineato Quirico, è che conosciamo solo un piccolo spaccato del suo viaggio, una minima parte dei mostri che ha incontrato e con cui ha dovuto lottare, perché «nessun migrante vi racconterà mai tutto della sua odissea. Forse lo racconterà a un altro migrante, ma non a un giornalista, bianco, davanti a un microfono. Per pudore.»

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