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I meno informati sulla crisi? I giornalisti

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crisiedito«Il modello dei contenuti gratuiti ha fallito e il mercato della pubblicità ha capito che i click non pagano».
Una sentenza pesante, che arriva dal direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana,  durante un incontro nell’aula magna dell’Università Iulm di Milano di fronte agli studenti del corso di giornalismo. Ma arriva a fine 2015.

Il riconoscimento della sconfitta definitiva dell’informazione gratis sul web, almeno per i siti dei quotidiani storici, è un primo passo per costruire una strategia alternativa a quella dell’offerta indiscriminata di contenuti, pur di accaparrarsi web-lettori che fanno numero ma non fatturato. Ma è molto, molto tardivo. D’altro canto, resiste il partito di opinione secondo cui i giornali di carta avrebbero comunque gli anni contati. Mesi fa, Clay Shirky (un esperto di media e innovazione digitale che riscuote credito) aveva raccontato al Post.it un esempio di crisi di una testata, svelando nel corso della narrazione un segreto di Pulcinella dell’informazione: spesso sono i giornalisti stessi a non avere la reale percezione di quanto sia in crisi l’azienda per cui lavorano. «I giornalisti – ha raccontato Shirky – sono stati trattati da bambini in tutto il decennio passato, mantenuti in uno stato di relativa ignoranza rispetto alle aziende per cui lavoravano. Un amico mi ha raccontato una storia su alcuni giornalisti a cui è stato chiesto quante copie reali vendesse il loro giornale, e hanno risposto con cifre che andavano da 150mila a 300mila. La verità era 35mila. Se un giornalista fosse altrettanto disinformato su una storia di cui sta scrivendo, il giornale gliela toglierebbe».

Per un verso, quindi, l’insostenibiltà dei costi del giornale stampato di fronte al calo di vendite e di fatturati pubblicitari ha minato le basi dell’impiego di migliaia di giornalisti; per un altro, non si è ancora riusciti a prendere una decisione coraggiosa e rivoluzionaria sull’offerta di informazioni via web. La recente inchiesta di Pier Luca Santoro e Paolo Pozzi, intitolata “Non solo il web uccide i giornali”, fotografa una situazione disastrosa: dal 1995 a oggi, la diffusione dei quotidiani si è più che dimezzata e la nascita delle versioni digitali delle testate genera un fatturato ancora trascurabile rispetto alle perdite annuali del settore. E se il dramma delle edicole e degli abbonamenti risente senz’altro dei rincari della distribuzione, fattore determinante nel calcolo dei costi per gli editori tradizionali, resta sconcertante il ritardo con cui si sta reagendo alla più chiara delle indicazioni: continuare a regalare contenuti con il timore di perdere web-lettori è una strategia perdente.

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