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I media in Cina

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“Rimango sempre un po’ perplesso quando parlo con i colleghi in Cina – ha esordito Axel Berkofsky dell’ISPI moderatore dell’incontro “Giornalismo e potere in Cina” tenutosi il 4 ottobre a Milano – La libertà di espressione in Cina è cambiata rispetto a 10 anni fa, c’è più libertà per scrivere articoli critici, sfidare il sistema politico cinese. Ma ancora tanti giornalisti cinesi finiscono in prigione o perdono il proprio lavoro per quello che scrivono. Da un lato il partito comunista ha una forte capacità di controllo e dall’altro i giornalisti si “autocensurano” per non cadere nelle mani del potente sistema di controllo, in cui il confine tra ciò che si può dire e ciò che non è permesso non è ben definito”.
Sono molti i giovani cinesi che vanno a studiare la professione all’estero e questo fa sì che in qualche modo il potere venga minacciato dalle radici.
Inoltre, secondo l’Internet information center, un terzo della popolazione cinese è on-line (dati a luglio 2012), con un forte divario, quasi due a uno, tra ambiente urbano e rurale. E circa il 50% degli utenti, principalmente giovani, usa blog, li scrive e li segue.

“Ho servito il popolo cinese”
Tema complesso quello della libertà di stampa in Cina quindi, e l’occasione per parlarne è l’uscita del libro di Emma Lupano, giornalista, scrittrice e sinologa, che nel suo “Ho servito il popolo cinese. Media e potere nella Cina di oggi” analizza i media – stampa, tv, blog e Twitter – in Cina dai tempi di Mao a oggi e racconta la sua esperienza da giornalista straniera al “Quotidiano del popolo” di Pechino.
“Il ‘Quotidiano del popolo’ è il portavoce ufficiale del Partito comunista cinese – racconta Emma Lupano – Io ho lavorato al sito internet in inglese, a cui sono riuscita ad accedere grazie ad una persona di fiducia”. Le sono stati concessi 3 mesi, nel 2009, ma viveva in Cina già da 3 anni. “Il primo giorno – continua Lupano – mi è stato detto che avrei dovuto aiutare la testata in inglese a migliorare il suo stile e la qualità del giornalismo. Avrei dovuto occuparmi di scrivere su temi sociali, ma per il primo mese e mezzo ho lavorato solo come traduttrice. Poi ho iniziato a scrivere: il mio obiettivo era innanzitutto capire come funzionava, anche se in un periodo così breve non è stato semplice”.
I giornalisti al Quotidiano del popolo hanno ben chiaro il problema della censura e il luogo in cui lavorano, quindi non osano (e non ne hanno intenzione) sfidare il sistema. Per i giornalisti free lance invece l’autocensura si verifica proprio perché non è chiaro quali sono i temi sensibili di cui si può parlare e quali no, a parte i grandi temi. Ma sono in molti a credere che una storia meriti di essere raccontata e che cercano di spingere un po’ più in là i limiti e il confine della censura.

L’informazione in Cina
“Ci sono diversi modi con cui il sistema controlla – spiega Emma Lupano al Caffè dei Giornalisti – Esiste la ‘Grande muraglia di fuoco’, il sistema automatico di blocco di tutte quelle pagine web che contengono parole chiave ritenute sensibili dal partito; c’è il “partito dei 5 mao (centesimi)”, ossia i commentatori pagati (così pare) 5 centesimi ogni volta che scrivono post e commenti a favore delle politiche governative sui blog e forum sul web; e poi ci sono le regole che disincentivano gli utenti a rischiare di andare contro il sistema, come il fatto di doversi registrare con il proprio nome e cognome e quindi essere facilmente rintracciabili”.
In Cina la riforma dei media è iniziata nel 1978, ai tempi di Deng Xiaoping, e non si è ancora conclusa. Il motivo è stato principalmente economico : ridare credibilità ai media, svecchiandoli, e privatizzarli. Da un lato quindi i media e con loro l’accesso ad internet sono stati promossi come strumento di sviluppo, dall’altro sono stati sempre considerati come uno strumento da controllare.
Oggi esistono due Cine diverse: una anglofona, che si rivolge all’esterno, che interagisce con i giornalisti stranieri e si comunica al mondo; e la Cina che parla solo cinese, che anima messaggi sui numerosi blog e social network cinesi (come Weibo, il sistema di microblogging simile a Twitter) e che impara a scrivere evitando i caratteri che potrebbero essere bloccati dalla censura. “Esiste un gioco molto divertente sull’uso di caratteri che hanno lo stesso suono – racconta Alessandra Lavagnino, docente di lingua e cultura cinese dell’Università degli Studi di Milano – ma che si scrivono in modo diverso e che permettono così di esprimersi in modo “consentito”, appunto negoziando con la censura”.

Il manuale del freelance
Grazie alle riforme economiche sono nate nuove testate, portando un cambiamento sia quantitativo che qualitativo nel giornalismo, che ha sicuramente ancora dei limiti, ma che ha anche dato il via al giornalismo investigativo e alla professione del freelance. La tesi di dottorato di Emma Lupano fu proprio sul giornalista freelance in Cina. “Trovai casualmente un manuale di 500 pagine – spiega Alessandra Lavagnino che seguì Lupano nel suo lavoro di ricerca – contenente indicazioni su come lavorare come giornalisti liberi professionisti. Certi contenuti paiono quasi banali per noi, come i suggerimenti per l’organizzazione del lavoro da casa, l’avere una scrivania, non lavorare troppo…, ma non per un cinese non abituato a lavorare in autonomia. È inoltre fondamentale quando si parla di Cina, tarare le proprie percezioni sul modo di comunicare e di esprimersi dei cinesi. Un cinese non dirà mai ‘io non sono d’accordo’ esplicitamente: lo dirà in modo sottile e discreto”.
La nascita del freelance se da una parte ha permesso a chi non è nel partito di scrivere per i giornali, dall’altra impone l’arte di dire le cose in modo che possano essere capite e trasmesse, “negoziando” costantemente con il potere e la censura, e con la mentalità che ne rimane forgiata. Diviene quindi fondamentale affinare la ricerca di modalità espressive alternative che consentano a questa professione di proteggere una propria dignità nonostante la complessità del contesto.

 

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