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I fatti prima di tutto

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di Elisa Gallo

repubblicadelleideeDi giornalismo investigativo fu Joseph Pulitzer a parlarne per primo, a metà dell’800. E a ricordarlo sono, nello storico palazzo bolognese Re Enzo, Carlo Bonini e Conchita Sannino, che d’inchiesta sono maestri e ne parlano a Repubblica delle Idee, il festival di Repubblica che si è tenuto dal 14 al 17 giugno a Bologna.

Ma se invece di giornalismo investigativo, “fosse giornalismo e basta?”

In fondo alle stesse domande si deve  pur sempre dare risposta (le famose 5W: Who, What, When, Where, Why), ma una differenza c’è: nelle parole di Bonini, “il giornalismo d’inchiesta, quello che cerca di andare a fondo della storia, può diventare l’eccellenza del mestiere. E se si è d’accordo sul fatto che il giornalismo sia uno strumento democratico di controllo e sorveglianza dei poteri, allora il giornalismo investigativo dovrebbe riuscire a dare a questa sua funzione il massimo della nobiltà e il massimo dell’efficacia”.

Più che di un genere di giornalismo, si tratta di un metodo di lavoro, il cui fine, continua Conchita Sannino, è andare in profondità, che è la prima spinta del fare il giornalismo: capire i “perché”, l’originalità, il raccontare qualcosa di nuovo, nella continua ricerca e nella molteplicità delle fonti. È un non mettere mai il punto, cosa che tutti possono notare nelle inchieste sul quotidiano, prima fra tutte quella che ha coinvolto l’ex Premier. “Il giornalismo investigativo è un lavoro continuo: non ci si ritiene mai soddisfatti. Non si ferma. Ed è ciò che appassiona anche il lettore”. E su questo concorda anche Carlo Bonini, sottolineando che – come per tutti i lavori di ricerca – si tratta  anche di un lavoro frustrante per la sensazione di non arrivare mai a nulla. E, aspetto più importante: richiede tempo”.

Il giornalismo investigativo si costruisce su un ventaglio di fonti e il lavoro del giornalista è smontare e rimontare le tesi e il quadro.

“Un giornalista per definizione è l’insieme delle sue fonti – continua Sannino – siano esse aperte, chiuse (come i documenti pubblici ad esempio..) on-off record… Ciascuna fonte ha un suo obiettivo e si deve sempre valutare se può offrire un supporto al tuo di obiettivo. È difficile arrivare ad una definizione di giornalismo investigativo perché ogni volta, la gestione e l’analisi di queste fonti richiede capacità e intuizioni diverse caso per caso”.

Internet consente molteplicità di accesso a fonti “aperte”, ma i motori di ricerca non sostituiscono una fonte chiusa, che può dare un senso logico nuovo ad altre fonti o porta a cercare altre informazioni. Ed è questo il lavoro di interazione delle fonti, un gioco continuo di composizione e scomposizione. “È difficile poi che una fonte abbia interesse a raccontare quello che ha visto – continua Bonini – perché avrà sempre la tentazione di raccontare quello che gli interessa e va sollecitata. Inoltre tutte le informazioni vanno verificate perché potrebbero essere solo parzialmente vere”.

Nella bottega del giornalista non si inventa nulla: è un metodo di ricerca che coniuga induzione, deduzione, abduzione e prova positiva e negativa del fatto. E questi elementi devono interagire sempre.

A 40 anni esatti dall’inizio del Watergate, quello tra Carlo Bonini e Conchita Sannino è molto più di un semplice duetto tra giornalisti, è una lezione di giornalismo. Appena un’ora di incontro, per lasciare spazio poi al dialogo tra Eugenio Scalfari e Concita De Gregorio, ma è un fiume di professionalità e di citazioni, di quelle che ogni aspirante giornalista dovrebbe appendersi in camera e di quelle che donano un po’ di sollievo anche ai lettori stanchi d’informazione approssimativa e superficiale. 

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