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I diritti degli autori e dei lettori

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I più recenti dibattiti sul futuro di giornali e riviste (come il festival Glocalnews, da poco concluso) stanno affrontando la sfida più cogente per l’editoria: sopravvivere alla rivoluzione del web. Se c’è un settore, però, nel quale l’Italia si è spesso rivelata giuridicamente e socialmente inadeguata, questo è proprio il tema della protezione della proprietà intellettuale.

La Rete ha indubbiamente sdoganato il concetto di libertà di diffusione del sapere: informarsi senza confini temporali e spaziali e, soprattutto, gratuitamente, è un caposaldo dei sostenitori del web come luogo virtuale della cittadinanza che informa e si informa; il progetto enciclopedico di Wikipedia rappresenta una declinazione di questa teoria, così come gli aggregatori di notizie (Google News e affini) hanno fatto “passare”, tra le altre cose, l’idea che la notizia non solo possa, ma debba essere gratuita. In realtà non è sempre così: molti editori stanno chiedendo conto, ai giganti di Internet come Google Corporation, di non sfruttare la loro produzione di notizie per attirare navigatori (cioè clienti) e lucrare indebitamente sul lavoro altrui. In certi casi, “BigG” è già stata costretta a rivedere la sua politica di raccolta di contenuti sul web, perché riconosciuta responsabile di violazioni del diritto d’autore.

Le estreme conseguenze del liberismo selvaggio conducono alla cronaca più stretta. Trovandosi a essere sempre più sottile la percezione del confine tra free e fee, cioè tra contenuti gratis e a pagamento, i naviganti – soprattutto i più giovani – spesso coltivano una cultura della Rete come pozzo senza fondo di contenuti dal valore indistinto, dal quale pescare alternativamente informazioni di siti e blog per loro natura gratuiti oppure prodotti nati per essere venduti ma replicabili e, purtroppo, prelevabili con facilità irrisoria. Esempio lampante è quello del mercato dei quotidiani e delle riviste in formato Pdf. Giorni fa, una vasta operazione della polizia postale e della Guardia di finanza, in collaborazione con la Fieg (federazione italiana editori e giornali) ha portato all’individuazione e alla chiusura di 13 portali Internet, denominati “edicole virtuali”. 

I gestori delle web-edicole clandestine si erano appoggiati a server esteri, nel tentativo di rimanere anonimi. Dai siti, ogni giorno, migliaia di utenti potevano prelevare copie digitali di tutti i quotidiani italiani e di molteplici periodici in formato Pdf. Da un lato, quindi, venivano sottratti guadagni agli editori titolari dei diritti d’autore; per altro verso, però, i gestori smentivano il loro (comunque illecito) intento di diffondere gratuitamente il sapere, giacché guadagnavano dal traffico generato dagli utenti, avendo provveduto a tappezzare le pagine di pubblicità online che riconoscevano un compenso per ogni utente transitato per il sito. 

Non è certo con le operazioni di polizia che si possono correggere comportamenti di massa o creare una nuova consapevolezza della proprietà intellettuale: se, un tempo, i giornali di carta si potevano solo acquistare, o rubare sottraendoli agli edicolanti, oggi il web offre a molti una scriminante: in casi come quelli citati, addirittura, invita esplicitamente a cercare, scegliere e scaricare (senza pagare) contenuti che esistono proprio perché il lettore li paga, senza tuttavia che l’utente avverta, se non vagamente, il proprio comportamento come giuridicamente illecito o moralmente scorretto.

Certo: i meccanismi, le tariffe e le modulazioni dell’offerta di informazione digitale a pagamento sono ancora, soprattutto in Italia, troppo spesso rudimentali e ben poco attraenti. Proteggere il diritto d’autore e garantire, al contempo, la libertà di informazione senza confini del web è tuttavia una sfida che va vinta con l’educazione. E, magari, anche con campagne di comunicazione ben congegnate: gli editori non devono essere visti come mostri preistorici che attentano alla navigazione senza regole di Internet, ma come baluardi della creatività e della qualità. Senza lettori paganti, i giornali muoiono. Se muoiono, con loro defungono le inchieste, i reportage, i servizi fotografici, gli approfondimenti. Tutte quelle opere dell’ingegno, insomma, che hanno reso servizio ai cittadini rendendoli più informati e più consapevoli, e che non possiamo permetterci di far sparire.

Federico Ferrero

 

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