Home»Sponde del Mediterraneo»Human Flow, la provocazione di Ai Weiwei a Venezia

Human Flow, la provocazione di Ai Weiwei a Venezia

0
Shares
Pinterest Google+

L’arte come gesto politico: è senza dubbio il motivo che ispira la creatività di Ai Weiwei, artista e designer cinese noto al grande pubblico non solo per le sue opere, ma per il suo impegno nella lotta per i diritti civili e per la sua biografia di dissidente. Negli ultimi anni, la sua attenzione e la sua azione di denuncia attraverso l’arte si sono concentrate sempre di più sul tema dei migranti: lo dimostrano in modo efficace e con un forte impatto estetico i suoi gommoni arancioni appesi tra le bifore della facciata di Palazzo Strozzi a Firenze, gli oltre diecimila giubbotti di salvataggio avvolti alle colonne del Konzerthaus di Berlino o quelli galleggianti nello stagno del Belvedere a Vienna a formare una grande «F», la gigantesca installazione «The Law of the Journey» con le sagome di 250 rifugiati senza volto alla National Gallery di Praga.
Una condizione, quella del migrante, che sente vicina per l’alienazione che egli stesso ha vissuto, costretto alla reclusione, alla sorveglianza delle autorità cinesi e al divieto di lasciare il suo paese per quattro anni fino a quando, nel luglio del 2015, gli è stato restituito il passaporto.

La sua contestazione e il suo sguardo severo sul dramma dei migranti hanno trovato espressione nel suo lavoro più recente, Human Flow, lungometraggio incentrato sulla crisi migratoria. «Human Flow è un viaggio personale, un tentativo di comprendere le condizioni dell’umanità nei nostri giorni», racconta. «Il film è realizzato con profonde convinzioni in merito al valore dei diritti umani. In questo momento di incertezza, abbiamo bisogno di più tolleranza, compassione e fiducia verso l’altro perché tutti siamo uno. Altrimenti, l’umanità affronterà una crisi ancora più grande».

Il film-documentario, il primo realizzato sull’isola greca di Lesbo, dove Ai Weiwei è tornato varie volte per assistere da vicino all’arrivo dei migranti, percorre e indaga la situazione dei migranti in 23 nazioni, dalla Grecia al Bangladesh, passando per Gaza, la Siria, il Kenya, fino alla Malesia e alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. 25 le troupe cinematografiche coinvolte, 12 i mesi di riprese, 40 i campi profughi visitati e centinaia le interviste raccolte.
Per l’anteprima di Human Flow, Ai Weiwei ha scelto la Mostra del cinema di Venezia (30 agosto – 9 settembre 2017): un palco prestigioso, ma anche una provocazione, perché quella dei migranti è una questione controversa e fortemente divisiva della politica italiana. Il suo intento è quello di mantenere accesi i riflettori sulla crisi internazionale dei migranti: uomini, donne e bambini sradicati dai loro paesi a causa della povertà, della guerra e del cambiamento climatico. «Ho deciso di fare un film che analizzasse le condizioni del flusso migratorio in corso e lo spostamento non volontario della popolazione – il più consistente dalla Seconda Guerra Mondiale – e cercare di capire cosa potessero rivelare, sulla nostra umanità, le nostre reazioni di fronte alla crisi». Il suo lavoro è già stato acquistato, negli Stati Uniti, dagli Amazon Studios, branca cinematografica del colosso Amazon, che quindi avrà l’esclusiva della distribuzione del documentario sul territorio USA.
In un’intervista all’Agence France Press, Weiwei ha affermato: «Tutti possono essere rifugiati. Non importa chi può essere rifugiato, potreste essere voi o potrei essere io. Credo che il problema dovrebbe essere compreso da chi ha la fortuna di vivere in pace. Penso che la pace sia sempre una situazione temporanea: nessuno può essere certo di vivere sempre in pace».
Essere nati da una parte o dall’altra di un confine segna in modo inevitabilmente le sorti. Per Ai Weiwei, le frontiere sono molto più marcate di quelle che si trovano su una carta geografica: «Il confine non è a Lesbo, ma si trova in verità nelle nostra mente e nella nostra anima». 

Previous post

Elif Gunay: essere figlia di un giornalista imprigionato

Next post

Il trauma di raccontare le crisi, intervista con Hannah Storm