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Il caso dell’Haica, l’Agcom della Tunisia e i suoi (troppi?) poteri

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logo haicaOggetto di ripetuti attacchi negli ultimi mesi, l’istituzione tunisina Haica (acronimo di Haute autoritè indipendante de la communication audiovisuelle) è uno dei “prodotti” più discussi della primavera tunisina, sul fronte della libertà di informazione. Si tratta di un ente indipendente, nato dopo mesi di discussione e sulla scorta di una legge approvata quattro anni fa, a metà del 2014, con l’intenzione di garantire per un verso ai giornalisti la libertà di espressione e una protezione da eventuali abusi dell’autorità; dall’altra, le è stato affidato il delicatissimo compito di intervenire sul contenuto dell’informazione.

È sopratutto questa seconda funzione a rendere l’Haica una realtà delicata e discutibile. Difatti, all’autorità sembra essere stata garantita una amplissima libertà di azione, sia durante le campagne elettorali sia in periodi di “pace politica”, potendo l’ente infliggere sanzioni economiche ai media tunisini e ordinare addirittura, come è accaduto di recente, la sospensione di programmi televisivi (l’ultimo caso ha riguardato un’accusa di apologia del terrorismo). Se la regolamentazione del settore dei media, insomma, è un primo passo importante per il processo democratico e la libertà di pensiero della nazione tunisina dopo la rivoluzione, è indubbio che l’organo arbitrale sull’informazione influisca in maniera molto penetrante sul campo di azione dei giornalisti. Si pone, quindi, il problema della sua composizione.

Lo statuto dell’Haica prevede  che l’autorità sia composta da nove membri, nominati in questa maniera: cinque in rappresentanza delle tre principali forze politiche al governo, due individuati dall’Unione nazionale dei giornalisti tunisini (Snjt) e due membri individuati dall’industria dei media tunisina. Il mandato dura sei anni e i membri sono chiamati a svolgere la loro missione con un contratto a tempo pieno.

Giorni fa, il segretario generale dell’Haica è stato vittima di un’aggressione verbale e, ormai da mesi, l’ente è duramente criticato – soprattutto dalle rappresentanze politiche islamiste – per alcuni suoi provvedimenti, quali la chiusura coatta di stazioni radio che, a parere dell’organo, trasmettevano illegalmente. L’esperimento dell’istituzione dell’Haica è da tenere sotto controllo, soprattutto per la gestione degli ampi poteri che la legge le riserva: la realtà omologa in Italia, ovvero l’Agcom, ha sì poteri sanzionatori stabiliti dalla sua legge istitutiva ma il nostro ordinamento costituzionale e le altre fonti del diritto non permetterebbero mai a un organo paragovernativo di decidere sulla vita o la morte di giornali e televisioni. L’informazione sta svolgendo un ruolo cruciale nell’emancipazione della società tunisina e garantire il pluralismo delle voci, insieme al rispetto di regole comuni, è quanto mai prezioso.

Sentita sull’argomento della libertà di stampa in Tunisia, Liliah Zaouali ci ha parlato anche dell’Haica: «È un elemento in grande evoluzione. Durante la campagna elettorale, l’Haica è intervenuta per stabilire se un canale televisivo avesse dato molto più spazio a un partito piuttosto che a un altro; personalmente non lo ritengo giusto nel caso di una tv privata, che ha la libertà di seguire cosa crede. Oppure, ha esercitato potere di sindacato su una rivista che aveva pubblicato un editoriale sostenendo apertamente uno dei due candidati alla presidenza. Ma allora, mi chiedo, dov’è la libertà? Esiste o no? Non trovo giusto che un giornalista non abbia la libertà di dire quello che pensa, di dare il proprio sostegno a un candidato piuttosto che a un altro; so che sono i militari a non avere il diritto di votare, non i giornalisti: i giornalisti votano e hanno diritto di esprimere il loro parere».

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