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Guerra, donne e ambiente

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federica miglioScorrendo la photogallery del suo sito non si può non essere colpiti dai luoghi e dai volti immortalati: scorci dell’Havana Vieja a Cuba, famiglie turkana in Kenya, un lebbrosario a Kolkata, giovani in Guinea Bissau, solo per citare alcuni dei suoi reportage.
Federica Miglio, documentarista e fotografa, una formazione artistica, culminata con il diploma all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, lavora come freelance per diverse emittenti televisive italiane ed estere e per testate giornalistiche italiane.
L’abbiamo incontrata in occasione della presentazione dell’Atlante delle guerre, a cui ha collaborato, curando una parte dello speciale “Donne e guerra” dedicata all’emergenza sanitaria in Etiopia, con particolare attenzione per la cecità provocata da tracoma, che potrebbe essere debellata garantendo l’accesso a fonti di acqua pulita, e per il prolasso utero-vaginale, che colpisce moltissime madri a causa di parti mal assistiti, malnutrizione e il pesante lavoro nei campi.

Da cosa nasce il tuo interesse per le aree di guerra?
Dalla necessità di uscire – lo dico senza snobismo – da una visone un po’ provinciale o autoreferenziale dei nostri media e della nostra scena culturale in genere.
Anche come lettrice o spettatrice, ho sempre sofferto la scarsa attenzione per i temi internazionali, insomma per quello che accade fuori dai confini dell’Italia. Inoltre, mi pare che la politica italiana occupi troppo spazio nei nostri mezzi di informazione. Uno sguardo sul mondo è quindi prima di tutto una necessità mia, esistenziale, poi certo da lì deriva la scelta di alcune tematiche che mi hanno colpita e che quindi ho cercato di approfondire maggiormente.

C’è stata un’esperienza in particolare che ti ha spinta a volerti occupare di queste aree e di questi temi?
Quando sono stata in Vietnam a girare un documentario (“I figli dell’Apocalisse”, ndr) sugli effetti dell’Agent Orange utilizzato dall’aviazione americana per disboscare durante la guerra, e cioè, in parole povere, diossina, che ancora oggi, a quarant’anni di distanza, provoca malformazioni alla nascita e tumori nella popolazione vietnamita (ma anche tra i reduci americani), ho capito che il tema “guerra e ambiente” mi stimolava particolarmente. Quello che riguarda la natura e la sopravvivenza del nostro pianeta trascende i confini nazionali, politici e confessionali, quindi credo possa valere come “ragione fondante” comune a tutti, attorno alla quale valga la pena di unire gli animi e gli sforzi e combattere l’insorgere delle guerre.

A quali progetti che hanno una relazione con le situazioni di conflitto stai lavorando ora?
Posso raccontarti i miei ultimi lavori, quelli che sto approfondendo più di altri, per intenderci.
Uno ha il titolo provvisorio di “All’Ombra dei Muri” ed è un percorso per raccontare i muri di demarcazione nel mondo. Come ogni mio progetto, è sia fotografico che video ed è nato grazie al sostegno allo sviluppo di Film Commission Torino-Piemonte. Speriamo possa un giorno diventare un lungometraggio documentario.
Per ora ho fatto sopralluoghi e ho raccolto immagini a Belfast, tra Israele e Cisgiordania e a Cipro. Entro qualche mese dovrei fare un sopralluogo tra USA e Messico. I successivi dovrebbero essere quelli di Evros (tra Grecia e Turchia), di Ceuta e Melilla, e poi il Muro di Sabbia nel Sahara Occidentale. Ma tutto dipende dai finanziamenti che riesco a trovare per proseguire il progetto. I muri purtroppo sono moltissimi e alcuni molto lontani, come quello tra le due Coree.

Un altro lavoro al quale mi sto dedicando riguarda Earthship: si tratta di un progetto avanzatissimo di bioarchitettura fatta con materiale di riciclo, ad impatto zero, completamente svicolata dalle strutture elettriche, fognarie, autonoma nella produzione di energia elettrica e acqua. Queste costruzioni diventano estremamente utili nelle zone rurali remote, come in Africa, dove non c’è corrente o il pozzo più vicino dista giorni di cammino, o nelle zone devastate da qualche evento naturale (sono state edificate dopo gli uragani o i terremoti a New Orleans, ad Haiti, in Giappone). Il mio sogno è quello di renderle un giorno disponibili nelle zone di guerra, presso i campi profughi, declinandole alle esigenze dei luoghi. Per questo sono stata in Malawi e ora nelle Filippine, per documentare la costruzione di un modello antitifone, dopo la devastazione di Yolanda. Con un terzo capitolo completerò la raccolta del materiale video necessario a un documentario per Sky.

Ci sono state occasioni in cui ti sei sentita in pericolo?
Non mi sono sentita sicura, per assurdo, nella zona ebraica di Hebron, quella piena di soldati, telecamere e sicurezza; mentre nel suk arabo, che invece ha fama di luogo poco sicuro, mi sentivo bene. In genere la presenza di militari e di armi, anche quando si pensa che esse siano necessarie a scopo di difesa, mi lascia sempre scettica.
Ho comunque poco sviluppato il senso del pericolo, in generale la curiosità ha il sopravvento.

Quale pensi che sia il contributo e il valore del tuo lavoro documentaristico?
Credo di essere consapevole che i miei temi, come quelli di molti colleghi decisamente più bravi e coraggiosi di me, interessano una minoranza di lettori o telespettatori; ma forse, a ben guardare, questa minoranza è comunque una massa critica che in alcuni frangenti, specie con l’esponenziale evolversi dell’uso dei social media, può sensibilizzare l’opinione pubblica meno informata.
Infine, aggiungo che mi piace poco l’approccio ideologico ai temi, quello che cerco di proporre è sempre un racconto imparziale, anche se così facendo scontento spesso molti amici o editori. Cose che capitano.

 

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