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Google contro il diritto d’autore: oggi in Francia, domani in Italia?

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Oggi alla Francia, domani all’Italia. Il 24 ottobre 2019 entra in vigore in Francia la direttiva europea sul diritto d’autore, le cui conseguenze sul lavoro di giornalisti e fotografi sono pesanti. Il nodo della questione è semplice: Google, che produce reddito con una quantità immane di testi e immagini altrui, non intende corrispondere alcun pagamento agli editori per la pubblicazione di estratti nella sezione Google news. L’azienda ha fatto sapere che chiunque non desideri cedere a titolo gratuito testi e foto a Google, dovrà farglielo sapere e verrà depennato dalla rassegna stampa. Che si tratti di una posizione assimilabile a un ricatto è ciò che molti professionisti dell’informazione pensano. Ma perché?

Innanzitutto, il caso francese è interessante perché è il primo Paese in cui entra in vigore la nuova legge europea sul copyright, una norma molto travagliata che è stata licenziata dal parlamento nel mese di marzo. La legge consente agli Stati membri di prendersi fino a due anni di tempo per approvare leggi nazionali in sintonia con il nuovo ordinamento europeo. In particolare, due disposizioni dovrebbero dare una svolta al continuo sfruttamento di contenuti altrui: difatti si è stabilita una link tax, cioè una tassa sulla pubblicazione di estratti di articoli e miniature di immagini, e si è pure deciso che piattaforme video come YouTube dovranno predisporre strumenti per impedire che gli utenti carichino contenuti protetti da diritto d’autore. 

Google, per conto suo, ha deciso di aggirare l’ostacolo facendo sapere che continuerà a sfruttare il materiale altrui gratuitamente, sempre che i detentori dei diritti non ne chiedano l’oscuramento. Il tutto perché non intende pagare. La posizione dell’azienda ha suscitato anche la reazione di Emmanuel Macron: il presidente della Repubblica ha affermato che intende «intraprendere tutte le azioni possibili nel minor tempo possibile», perché «se alcune aziende, come Google, pretendono di aggirare le leggi, noi glielo impediremo». Una posizione cui Google ha replicato sostenendo che «Internet ha creato più scelta e varietà nelle notizie che mai. Con tante opzioni, può essere difficile per gli utenti trovare notizie cui sono interessati. E per tutti i tipi di editori è importante assicurarsi che i lettori possano trovare i loro contenuti». 

Il problema, che Google finge di non vedere, è che il colosso del web ha lucrato per anni, e continua a farlo, trincerandosi dietro la definizione di “aggregatore di notizie”: in sostanza, Google sostiene di scandagliare semplicemente la Rete in cerca di notizie, di raccoglierle e di offrirle gratuitamente a chiunque si colleghi sul suo sito. Ma questa è solo una parte di verità: difatti, i ricavi dell’azienda (137 miliardi di dollari con 30 miliardi di utile nel solo 2018) derivano dal fatto che Google vende i dati di centinaia di milioni di utenti (il vecchio adagio vale sempre: “Se non lo paghi, il prodotto sei tu”) e fa soldi vendendo spazi pubblicitari agli inserzionisti, i cui annunci compaiono ogni volta che ricerchiamo qualcosa sul motore di ricerca, che sia una vacanza, un set di posate, un tagliaerba, un libro, un orologio. O una notizia.

La Francia ha pubblicato una lettera aperta, firmata da un migliaio di giornalisti, editori e informatori, chiamando espressamente “ricatto” il comportamento di Google, la cui posizione dominante sul mercato rende effettivamente grottesche dichiarazioni sulla libertà e sulla democrazia del web, soprattutto se usate per continuare a macinare fatturati giganteschi. Di più: i firmatari accusano Google di svuotare le redazioni, mettere in ginocchio i giornali e imbrogliare gli editori. Ma non sarà facile: una simile battaglia è già stata combattuta dalla Spagna, e si è conclusa con la decisione dell’azienda di eliminare il canale Google News Spagna. Il caso della Germania è ancora più preoccupante: i tedeschi erano riusciti ad approvare già nel 2013 una legge per proteggere i detentori di diritti sui contenuti veicolati da Google, ma Google ha “staccato la spina” smettendo di linkare articoli di alcune delle testate maggiori a livello nazionale. Risultato: nel giro di poco tempo, gli stessi editori che avevano lottato per vedersi riconoscere il pagamento del diritto d’autore hanno concesso a Google una sospensione de facto dell’obbligo giuridico, pur di tornare ad apparire nella loro rassegna stampa e nei risultati delle ricerche degli utenti. Una ulteriore dimostrazione della posizione di assoluto predominio di fatto esercitata da Google, il cui potere va ben al di là di un equo e leale patto tra chi produce contenuti e chi li diffonde sul web attraverso un motore di ricerca. Peraltro, recentemente, Google ha vinto una causa in Germania contro VG Media, un consorzio di circa 200 editori, che aveva trascinato l’azienda in tribunale chiedendo la corresponsione di tariffe per aver usato estratti, testi immagini e video dal 2013 senza aver pagato il dovuto. La sentenza della Corte Europea di Giustizia ha però stabilito che la UE non era stata informata, i tempi, della regolamentazione nazionale tedesca, e che quindi non poteva essere fatta valere. 

Il problema della protezione del diritto d’autore si presenterà anche in Italia, e piuttosto presto. La Fnsi, il sindacato dei giornalisti, ha chiesto che il nuovo responsabile governativo del settore della stampa succeduto a Vito Crimi, ossia, Andrea Martella, si metta al lavoro per recepire la norma europea: «Abbiamo chiesto – ha detto il presidente Beppe Giulietti – al sottosegretario per l’editoria che si proceda anche in Italia all’applicazione della direttiva Ue sul copyright, dopo la mobilitazione e l’appello dei giornalisti francesi. Credo che l’appello  dovrebbe avere un taglio non corporativo perché riguarda tutti i creativi, gli artisti e il mondo del cinema; l’idea che esistano giganti del web che spesso fuggono al fisco, che non rispettano le norme è un problema democratico». Il segretario Raffaele Lorusso ha utilizzato termini forti ma veritieri: «Assistiamo ogni giorno a una rapina quotidiana dei contenuti giornalistici. Senza remunerazione non c’è informazione e non c’è democrazia». Purtroppo, spesso, i primi a non saperlo (o a non rendersene conto) sono i lettori.

 

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