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Giornata dell’ambiente

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Incontriamo Mario Salomone, presidente della Fima (Federazione Italiana Media Ambientali), laureatosi con una tesi su “Uomo e natura” e attualmente professore di Sociologia dell’ambiente e del territorio e di Educazione ambientale all’Università degli Studi di Bergamo. Salomone è direttore del mensile italiano no profit di riferimento per l’educazione all’ambiente e alla sostenibilità .eco, l’educazione sostenibile e del semestrale scientifico internazionale Culture della sostenibilità.

Come nasce l’interessamento ai temi ambientali? 

 E’ stata una sensibilità che ho sentito fin da bambino. Gli anni della mia formazione erano quelli in cui cominciavano il consumo di massa, la mania dei detersivi, dell’usa e getta con il passaggio dal vuoto a rendere al vuoto a perdere: se da bambino mia madre mi mandava in latteria a riempire la bottiglia del latte, a un certo punto sono entrati in uso i recipienti senza nessuna cauzione né restituzione, e questo fu percepito dalla gente, ahimè, come un progresso… perché il genere umano non coglie l’impatto evidente e quello più nascosto delle cose: tanti elementi che ci rendono la vita più facile, li accogliamo con piacere, come le lenti a contatto giornaliere o il bicchiere e il piatto di plastica: sono comodi, ci evitano delle noie come quella di lavare i piatti. Ma alla fine è un boomerang. Allora, si cominciava appena a parlare di inquinamento delle acque e dell’aria e, in città come Torino, il riscaldamento era ancora a carbone e sul davanzale delle finestre ve ne erano corpuscoli, come Londra che era nera! Ricordo la pubblicità sul metano, che parlava di azzurro, con il disegno di Folon. L’attenzione ai temi ambientali era destinata a crescere.

I primi anni ’70 vedono le prime conferenze sul clima, sulla cementificazione (“Sentivo quasi un grido della terra soffocata da questo manto che le impediva di respirare”), l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, una serie di elementi che fanno esplodere il problema ecologico e accrescere la sensibilità ambientalista. Quale sarà la direzione?

Ci sono dei processi contraddittori, perché da una parte vediamo il moltiplicarsi di negozi di prodotti non confezionati, per esempio sta tornando l’enoteca con il vino sfuso dove la gente va con la bottiglia, evitando l’uso centinaia di recipienti; dall’altra, però, c’è il moltiplicarsi di questi negozi sfavillanti di capsule di caffè che sono, solo in Italia, miliardi e miliardi di pezzi di plastica ogni anno. Ci sono anche elementi divergenti: l’industria che spinge verso il packaging, il confezionato, il rifiuto, il cibo industriale per presunti motivi di controllo, di sicurezza, e poi ci sono invece tendenze come i gruppi di acquisto collettivo, mercati contadini, le filiere corte ecc.

E’ una società un po’ schizofrenica: ci sono per fortuna trasformazioni sociali dal basso che portano, anche se ancora non in modo maggioritario, a dei cambiamenti, ma permane la spinta della pubblicità verso un modello di consumo che ha bisogno dello spreco, del gettare via, perchè la produzione di massa, il business non può continuare se non vengono sostituiti continuamente i modelli di merci. L’economia attuale si regge sulla precarietà, sulla obsolescenza, sulla non qualità, sulla non perduranza delle cose, perché si è raggiunto un livello tale di produzione e anche di saturazione del mercato, per cui le nostre case sono piene di oggetti, e quindi vanno trovati nuovi modi per farci consumare. Mentre quando si passava da una società senza auto, senza elettrodomestici, dagli anni ’50 ai ’70, c’era da saturare tutto un mercato, oggi dobbiamo inventarci nuove forme di spreco.

La Fima che presiedi è nata l’anno scorso a Perugia: come è iniziata? 

Da alcune conversazioni con Marco Fratoddi, direttore di Nuova Ecologia; c’erano stati incontri anni prima, c’erano segnali; con molti giornalisti ambientalisti si era cominciato a dibattere e c’era la voglia di lavorare insieme, di conoscersi e contare di più e di darci uno strumento: si è pensato che una federazione potesse essere il modo giusto. Stiamo lavorando ora a dei gruppi regionali e il sito sta acquisendo tutta una serie di potenzialità, che lo renderanno una bella piazza virtuale di giornalismo ambientale. C’è grande entusiasmo, visibile dalla quantità di adesioni: non solo giornalisti di testate cartacee e online, freelance e blogger, ma anche studiosi e educatori, docenti universitari e di scuola, fino alla grande testata. Vi è una bella risposta: dopo la fase di avvio e di lancio, è di questi mesi il lavoro di costruzione, il lavoro costante e certosino sui singoli temi per dare più solidità all’operazione.

Si tratta di dare più visibilità, più forza all’informazione ambientale e più qualità, aiutando anche chi opera in questo settore ad aggiornarsi e a migliorare le sue capacità tecniche, e a dialogare con altri campi: si è costituito un comitato scientifico di accademici e di giornalisti che hanno anche una grossa storia alle spalle, giornalisti che riflettono sul nostro mestiere e sui vari aspetti metodologici dell’informazione ambientale. L’obiettivo è migliorare la qualità dell’informazione, la percezione dell’importanza di questa da parte di chi ci governa, e migliorare anche l’attenzione del pubblico, affinchè richieda una informazione maggiore e di migliore qualità.

Insomma, invece della solita “fuffa” che spesso i media ci propongono, è bene trattare temi importanti come quello dell’acqua, della perdita della biodiversità e così via per creare consapevolezza e senso di responsabilità. Perché tutto – la natura, l’ambiente – influisce sulla nostra vita e sull’esistenza del genere umano.

 

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