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Giornata della libertà di stampa

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Dopo la festa del lavoro (che non c’è), il 1° maggio, oggi tocca alla Giornata mondiale della libertà di stampa, anche questa messa così e così: nella classifica stilata da Reporter senza frontiere, l’Italia risulta al 57° posto su 179 per la libertà di informazione.

In un Paese come il nostro in cui i giornalisti sono la seconda categoria più disprezzata dopo i politici, pare strano celebrare la ricorrenza del 3 maggio. Eppure, come ricordano blogger e giornalisti passati per Torino, dal camerunense Jean-Claude Mbede alla cubana Yoani Sanchez, la libertà di fare informazione non è affatto scontata. Abituati a vedere i giornalisti come carnefici affiliati ai potenti, ci si dimentica di quante volte i cronisti siano vittime dei poteri forti. Domenico Quirico, corrispondente per il quotidiano La Stampa, è scomparso più di 20 giorni fa in Siria. Avrebbe potuto servirsi della Rete per scrivere i suoi articoli oppure usare il telefonino, invece ha voluto andare sul campo e verificare. Perché questo è ciò che distingue un giornalista di professione da un internauta o da chi s’improvvisa del mestiere. Ma ogni scelta ha un prezzo, sempre. Unica variabile possibile: il costo può essere più o meno alto. E raccontare “la verità dei fatti” è un mestiere scomodo, le Cassandre non sono mai piaciute a nessuno. Lo testimoniano nel mondo le centinaia di giornalisti che, per avere raccontato la verità dei fatti, sono morti, sono stati arrestati, torturati o hanno dovuto scegliere la via dell’esilio. Anche l’Italia ha i suoi piccoli martiri: cronisti, sovente sconosciuti, che hanno subito minacce e querele infondate. Sempre secondo Reporter senza frontiere il 57° posto che si è aggiudicata l’Italia nella classifica mondiale sulla libertà di stampa è dovuto sia alle “leggi bavaglio” proposte dalle istituzioni sia alle pesanti pene previste per la diffamazione, usata sovente come arma di ricatto per intimidire i giornalisti o limitarne la libertà.

Sulla propria pelle
Dal rapporto 2013 di Rsf emerge che il 2012, con 88 giornalisti e 47 cittadini-giornalisti uccisi, è stato l’anno peggiore per la libertà di stampa dal 1995. Si è registrato un aumento del 33% rispetto al 2011 del numero di giornalisti assassinati nel corso dell’esercizio delle proprie funzioni.
Questi i numeri:
88 giornalisti uccisi (+33%)
879 giornalisti arrestati/fermati
1.993 giornalisti aggrediti o minacciati
38 giornalisti rapiti
73 giornalisti costretti ad abbandonare il proprio Paese
6 collaboratori dei media uccisi
47 net-cittadini e cittadini-giornalisti uccisi
144 blogger e net-cittadini arrestati
193 giornalisti incarcerati.

Una risata li seppellirà: una mostra e 30 vignette
Un po’ per esorcizzare la paura, un po’ per non dimenticare il Caffè dei Giornalisti ha organizzato la mostra “Exile”, allestita in piazza Carlo Alberto fino a domenica 5 maggio. Una trentina di vignette sulla libertà di stampa, realizzate da illustratori e giornalisti di tutto il mondo, selezionate tra i bozzetti pervenuti nel 2011 nelle mani di Kianoush Ramezani, vignettista iraniano costretto a lasciare la sua patria per poter praticare liberamente il suo lavoro e rifugiato poi alla Maison des journalistes di Parigi. Il suo appello ebbe risposte entusiastiche e fu l’inizio del grande progetto di una mostra che fu realizzata nella capitale francese in partenariato col Comune di Parigi, in occasione della Giornata Mondiale della libertà di Stampa (3 maggio), istituita dall’Unesco nel 1993.

Il mondo nel dettaglio
Sorvolando la mappa ideale della libertà di stampa tracciata da Reporter senza frontiere nel 2013 vedremmo che i Paesi nordici hanno ancora una volta dimostrato la loro capacità di mantenere un ambiente ideale per i mezzi di informazione. La Finlandia (1° posto), l’Olanda (2) e la Norvegia (3) hanno resistito saldamente ai primi tre posti. Il Canada (20) ha evitato per un soffio di uscire dalla “top 20”. L’Andorra (5) e il Liechtenstein (7) hanno per la prima volta assoluta fatto il loro ingresso in classifica appena dietro i tre leader. All’altro capo della classifica, troviamo gli stessi tre Paesi di sempre: Turkmenistan (177), Corea del Nord (178) e Eritrea (179) che occupano gli ultimi tre posti della classifica. L’arrivo di Kim Jong-un a capo del cosiddetto Hermit Kingdom non ha in alcun modo modificato il controllo assoluto del regime sulle notizie. L’Eritrea, secondo il rapporto di Reporter senza frontiere, continua a essere una grande prigione a cielo aperto per il suo popolo e a lasciare i suoi giornalisti morire in carcere. Il regime turkmeno, infine, nonostante il suo discorso riformista, non ha ceduto di un millimetro per quanto riguarda il suo controllo totalitario dei media.
Per il secondo anno consecutivo, gli ultimi tre Paesi della classifica sono immediatamente preceduti dalla Siria (176), dove si sta portando avanti una guerra d’informazione gravissima, e dalla Somalia (175), che ha vissuto un anno mortale per i giornalisti. Iran (174), Cina (173), Vietnam (172), Cuba (171), Sudan (170) e Yemen (169) completano la lista dei dieci Paesi che meno rispettano la libertà di informazione. Non soddisfatto dell’incarcerazione di giornalisti e internauti, l’Iran tormenta anche i familiari dei giornalisti, compresi i parenti dei giornalisti che si trovano all’estero.

 

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