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Giornalisti italiani: a che punto è la notte?

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Se c’è un regno del precariato in espansione incontrollata, è quello del giornalismo. Nel mondo “normale”, nonostante la crisi e la penuria degli stipendi, su cento posti di lavoro il 76% è subordinato, il restante 24% è autonomo. Un dato sufficiente per comprendere l’anomalia del mestiere del giornalista: una realtà in cui, su cento posti di lavoro, il 65,5% è autonomo, e solo il restante 34,5% (un numero relativo al 2015 e fatalmente destinato a calare) è lavoro dipendente (1).
Esiste una sproporzione assoluta tra i giornalisti contrattualizzati e i precari, figlia di un’epidemia piuttosto recente: negli anni passati, la gran maggioranza dei giornalisti era inquadrata con le norme del contratto nazionale, un “mostro” nato nel 1963 in un contesto di economia e mercato del lavoro completamente differenti e che è diventato, ormai, il nemico pubblico degli editori; essere precari, allora, era un’eccezione. Fino al 2009, cioè nella prima fase della crisi economica, si poteva peraltro contare un’assunzione giornalistica per ogni autonomo in attività. Dopodiché, le due curve si sono divise: una è precipitata, l’altra si è impennata. Le tutele offerte ai giornalisti dal contratto nazionale sono attaccabili anche da chi lo critica per interesse (come gli editori) giacché, obiettivamente, rappresentano un’oasi di privilegio che stride con la offerta di lavoro e le condizioni economiche in cui oggi vivono le imprese, in specie quelle che si occupano di “produrre notizie”. La nuova legge sull’editoria, con i suoi decreti attuativi pubblicati mesi fa, è un tentativo di offrire un aiuto che, però, non sembra avere la portata necessaria per compensare anni di fuga dei lettori paganti e degli investimenti pubblicitari. 

Che non si assuma più non è una notizia, né una novità. Redazioni ridotte all’osso, testate chiuse, prepensionamenti: una prassi cui, prima dell’ultima riforma della legge sull’editoria, molte aziende hanno fatto ricorso in maniera a dire poco spavalda, creando una massa di giornalisti a carico dell’istituto di previdenza (Inpgi) che uscivano dalla porta e rientravano dalla finestra, come collaboratori dello stesso giornale di cui erano stati a libro paga. Una pratica che ha permesso agli editori, in questi anni di declino, di “ristrutturarsi” continuando a usare le proprie firme fortemente scontate, perché pagate come esterni; nel contempo, la pratica ha creato un “tappo” all’ingresso di nuovi giornalisti, perché tutte le posizioni erano coperte da questo piccolo esercito di prepensionati iperattivi, desiderosi di mantenere i loro spazi per evidenti ragioni professionali ed economiche.
Ci ha pensato, a eliminare almeno una delle storture più insensate di questa fase di regressione, la nuova legge: ora non si può più far collaborare un proprio pensionato e, se si prepensionano tre giornalisti, l’editore è obbligato ad almeno una nuova assunzione.

Tuttavia le conseguenze più serie, a medio e lungo termine, sono inamovibili e, purtroppo, prevedibili: meno giornalisti assunti significa meno contributi pagati da chi lavora e più pensionati a carico dell’ente preposto a erogare le prestazioni per la vecchiaia. Nel giro di pochi anni, la situazione è precipitata: tanto che l’Inpgi ha avviato un piano di emergenza di dismissioni immobiliari per tentare di coprire il rosso nel bilancio e si è dato nuove regole di accesso alla pensione. Ciononostante, l’istituto ha recente approvato due bilanci con cifre in negativo da brivido: 104 milioni di euro di passivo per la gestione corrente e 163 milioni di passivo per il 2018. Una enormità.
Il presidente dell’Inpgi, Marina Macelloni, ha rilasciato dichiarazioni molto significative: «Nei primi sei mesi del 2017 abbiamo già registrato una perdita di 800 posti di lavoro, dopo gli oltre 2.700 persi dal 2012. La perdita di occupazione negli ultimi cinque anni ha così raggiunto il 15%. […] All’Ordine dei giornalisti si chiede di prendere finalmente atto che le forme di attività giornalistica non sono più quelle del 1963 e che, sempre di più, comunicazione e informazione sono due mondi che si sovrappongono e si parlano».
Sono parole pesanti; per un verso, non danno alcuna rassicurazione sulla tenuta dei conti dell’Inpgi che, un bel giorno, potrebbe trovarsi nella condizione di non versare più le pensioni; per un altro, come ha giustamente notato il decano dei giornalisti lombardi Franco Abruzzo, l’Inpgi ha ufficialmente invitato l’organo che governa la professione a “prendere atto” che è più facile sopravvivere con mestieri paragiornalistici (come l’influencer, di cui ci siamo occupati) che non producendo notizie; sorprendentemente, sembra auspicare che l’Ordine provveda a eliminare le regole che vietano ai giornalisti di fare pubblicità per offrire loro una possibilità di salvezza diventando, in sostanza, dei pubblicitari. Non sembra una via ragionevole, se con la “presa d’atto” si intende un invito ad abdicare alla funzione pubblica e sociale di informare con correttezza, professione che esclude a priori che si possano intascare soldi per promuovere aziende o prodotti. 

In tutto ciò, sebbene la questione venga costantemente sottovalutata, è sempre più evidente la sproporzione tra giornalisti professionisti e pubblicisti. Una divisione che aveva un suo senso, nel passato: professionista è chi lo fa per mestiere, pubblicista è chi fa un altro lavoro e, di tanto in tanto, scrive su giornali o riviste.
Solo che una legge sensata ha creato, ai giorni nostri, un’altra stortura insensata: diventare professionista è oneroso per chi lo desidera (corsi, tasse, esame) e soprattutto per gli editori, che oggi farebbero di tutto pur di evitare di assumere. Del resto, il contratto prevede minimi di retribuzione, tredicesima, lavoro notturno e festivo, mutua, contributi pensionistici e Tfr, insomma, tutta una serie di prerogative diventate insopportabili per chi se le deve accollare. Così, resiste un’oasi di dipendenti ipertutelati e garantiti e, per contro, lievita il numero di precari. Ciò ha creato, negli anni, uno spostamento di forze, più obbligato che altro, dall’albo dei professionisti a quello dei pubblicisti: oggi, su 100.000 iscritti all’Ordine, ci sono circa 30.000 professionisti e 70.000 pubblicisti. E non si tratta, nella maggioranza dei casi, di avvocati, ingegneri, architetti che per diletto pubblicano qualche articolo, cioè di pubblicisti “veri”, ma di professionisti di fatto. Che rimangono pubblicisti solo perché è complicato e costoso ottenere il praticantato necessario per l’esame di abilitazione e, su tutto, perché il titolo di professionista è del tutto irrilevante, se si è comunque costretti ad aprire una partita Iva e a lavorare da precari.
Consapevole dell’anomalia, nel 2013 l’Ordine dei giornalisti ha offerto una opportunità, il ricongiungimento, cui si è pensato «vista la difficoltà – dice il comunicato ufficiale – a ottenere il praticantato aziendale»; una nuova via che «garantisce l’accesso all’esame di idoneità professionale attraverso un iter di ricongiungimento lineare». Di fatto, si tratta di una scorciatoia per sostenere sùbito l’esame e diventare professionisti, a patto di dimostrare di essere già nei fatti professionisti, dichiarazioni dei redditi alla mano. Ma è un rimedio zoppo: il giornalista pubblicista che di fatto è professionista, una volta passato l’esame, non ha alcun diritto in più, rispetto al pubblicista che era, e continua a compilare le sue fatture, o a lavorare – se va bene – come collaboratore continuativo. Al più, può sperare di entrare in qualche redazione per sostituzioni estive o maternità, essendo una chance concessa solo ai professionisti.

Che si possa tornare al passato, con assunzioni in serie che prosciughino il pozzo senza fondo dei giornalisti cronicamente precari, è francamente impensabile. Fatto sta che il reddito medio dei freelance è di 10.000 euro lordi all’anno, cioè qualche centinaio di euro al mese netti, senza la possibilità di guadagnare se ci si ammala, né di difendere la propria collaborazione se si viene scaricati. Ed è una situazione oggettivamente insostenibile per chi vuole vivere del mestiere di giornalista. Ma c’è un altro spettro all’orizzonte, inspiegabilmente sottovalutato. Perché anche i freelance così fortunati da ricavare un reddito sufficiente per tentare di sopravvivere, supponiamo 20.000 euro lordi annui, cioè il doppio della media nazionale, non avranno una pensione. Basta utilizzare il programma di simulazione offerto dall’istituto di previdenza dei giornalisti: ipotizzando, con un bel po’ di ingiustificato ottimismo, di riuscire a ricavare 20.000 euro l’anno per 40 anni di lavoro, l’ente previdenziale (con la sua cassa separata, nota come Inpgi 2, sempre che resista alla crisi) restituirà al pensionato freelance ben 4.700 euro lordi annui per la sua vecchiaia. Sì e no, 250 euro al mese (senza tenere conto dell’inflazione). Morale: a partire dal 2030, o anche prima, potrebbe scoppiare una bomba sociale, perché i precari di oggi, già miracolati ad arrivare alla terza età esercitando questo mestiere, saranno con ogni probabilità indigenti. 

Nella impossibilità, o incapacità, o non volontà, di governare il fenomeno, fioriscono iniziative sparute, che puntano in direzioni diverse e non sembrano adatte a risolvere un problema così radicato e complesso. Ha ripreso vita, per esempio, Tribuna Stampa, l’organo che per decenni aveva informato i pubblicisti italiani. Una buona cosa, giacché le pubblicazioni erano state sospese nel 2007. Nel suo manifesto di intenti si legge: «In un momento di profonda trasformazione della comunicazione, la voce dei giornalisti pubblicisti potrebbe contribuire ad arricchire l’informazione ed agevolare il rinnovamento, data la molteplicità delle altre loro competenze ed attività professionali. Dare nuovamente voce ai giornalisti che svolgono un’altra prevalente attività, pare particolarmente importante oggi quando viene di fatto ridotta o menomata la loro rappresentanza». Peccato che, ormai, i falsi pubblicisti (e professionisti di fatto) siano molto più numerosi rispetto ai pubblicisti “veri”, cioè coloro che fanno altro di mestiere e, ogni tanto, offrono le loro competenze ai giornali sotto forma di articolo o rubrica. E questa categoria, affollata ma impalpabile, di professionisti senza contratto né tesserino ad hoc, non è rappresentata efficacemente. Anche se ci sono nuove realtà come Acta (la associazione dei freelance italiani), che si propongono di portare avanti battaglie comuni a tutti i liberi professionisti, come la annosa e mesta vicenda dell’equo compenso (il cui cammino il Caffè ha seguìto per lungo tempo). Ma la magistratura non ha ancora colto questo cambiamento, perché tutte le sentenze della Cassazione indicano che soltanto i professionisti possono chiedere l’applicazione di leggi che tutelano il loro posto di lavoro. A passo lento, c’è qualche tribunale che inizia a equiparare ad altri fini le due categorie (così nel caso di due pubblicisti condannati e poi assolti per favoreggiamento per non aver rivelato le loro fonti); del resto, non tocca ai giudici mettere mano alla questione ma a quelli che, al di là dei rivolgimenti economici globali e della crisi dell’editoria, possono trovare una via di uscita per la sopravvivenza di un mestiere. Si chiamano Ordine dei giornalisti, sindacato della stampa, federazione degli editori.

 

 

 

 

(1) Rapporto Lsdi sul giornalismo in Italia, 2017, dati riferiti al 2015.

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