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Giornalisti in viaggio

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La Bosnia vent’anni dopo la guerra: una serata per raccontarla, per ricordare il dramma che ha sconvolto un paese ad appena un’ora di volo da Roma, ma anche per scoprire ciò che non ci si aspetta.
Cuore dell’evento, condotto da Alessandra Comazzi, la presentazione del libro di Stefano Tallia “Una volta era un paese. La ex-Jugoslavia vista dalle scuole” (Scribacchini Editore) giovedì 30 maggio a Palazzo Ceriana Mayneri, sede del Circolo della Stampa, dell’Associazione Stampa Subalpina e dell’Ordine dei Giornalisti.
“Quando è scoppiata la guerra nel ’92 ero molto giovane”, esordisce Stefano Tallia. “Lo ero anche nel ’99 quando fu bombardata Belgrado. Poi ho deciso di andare sul posto per tentare di capire e ho scoperto che c’erano molte cose interessanti da raccontare. Ho provato a farlo attraverso Facebook con i ‘Francobolli da Mostar’. Rileggendoli mi è venuta voglia di raccogliere le mie esperienze di volontario in questo libro, che mette insieme impegno e giornalismo. È un tentativo di aprire una finestra su una realtà molto complessa che conserva ancora oggi delle ferite”.
In una terra crocevia di scambi culturali, a suo tempo scelta per i Giochi Olimpici invernali in virtù dell’anima multiculturale della capitale Sarajevo, si è consumata la tragedia di cui resta traccia non solo nei palazzi sventrati o nei cimiteri gremiti di lapidi, ma anche nella quotidianità fatta di divisioni. Esistono ancora oggi scuole separate per etnia, programmi di studio differenziati, insegnamenti in lingue diverse: per i cattolici si usa la versione croata dell’idioma, per i musulmani una lingua di ispirazione turca.
Ma i tentativi di superare le barriere non mancano: tra gli altri, è stato presentato un esperimento condotto proprio in un edificio scolastico diviso in due per studenti musulmani e croati, che però nel cortile comune possono incontrarsi e giocare insieme. Questa è una delle molte esperienze proposte e portate avanti da giovani volontari, come Daniele Socciarelli, compagno d’avventura di Stefano Tallia nel progetto di volontariato internazionale Terre e Libertà, che spiega: “Fare volontariato come animatori dei bambini e dei ragazzi in piccoli villaggi significa entrare in punta di piedi per conoscere la realtà dal basso attraverso le persone”.
Conoscere per comprendere: è quello che ribadisce anche Mauro Montalbetti, presidente di Ipsia, una organizzazione non governativa promossa dalle Acli che si occupa di cooperazione internazionale. “Ci vuole il coraggio di tornare a parlare dei Balcani, che da molto tempo non balzano agli onori della cronaca, ma non per questo non meritano attenzione”. Anzi, Montalbetti suggerisce di guardare ai Balcani come alla metafora della nostra storia contemporanea: dal riemergere dei nazionalismi all’esaltazione del sangue e delle piccole patrie, all’incapacità di trovare una risposta alla coesistenza di più etnie e più religioni sullo stesso territorio se non quella della guerra. I Balcani diventano quasi il paradigma di ciò che può accadere ovunque e in qualsiasi momento, a testimonianza che ogni comunità può disgregarsi. La crisi economica e politica che li ha investiti all’inizio degli anni Novanta si è trasformata allora in qualcosa di impensabile e di imprevedibile, la convivenza plurale e il multiculturalismo sono diventati all’improvviso impraticabili, il frutto della modernità si è tradotto in un’onda di violenza collettiva senza precedenti.
Una cosa analoga è avvenuta in Kosovo: dopo il forte interesse della comunità internazionale per la liberazione, dopo l’assalto mediatico, ora i Kosovari sono lasciati al più totale abbandono.
Tallia racconta dell’esperienza in Kosovo della scorsa estate e si sofferma in particolare sulla minoranza rom musulmana presente sul territorio: cacciati dai Serbi quando hanno invaso il Kosovo, i Rom dopo la liberazione sono stati perseguitati dall’UCK perché accusati di collaborazionismo e oggi vivono in condizioni di marginalità estrema.
“I Balcani, e non solo la Bosnia, iniziano dove finisce la logica”: il libro di Tallia si conclude così. Un’espressione che sottende l’impatto emotivo fortissimo che la storia di quella terra ha sul nostro immaginario. Ma l’invito è a partire da lì per costruire relazioni nuove, a coinvolgere i Balcani in un circuito economico, politico, culturale più ampio e a mostrare storie positive e piene di fiducia. Non occorre fissare lo sguardo sempre e solo sulle macerie, dove inevitabilmente il dramma ci conduce. La generazione che non ha vissuto la guerra ne sente il peso: in parte è rimozione, in parte è voglia di darsi un futuro.
“Non vogliamo essere ricordati solo per dieci anni di follia, abbiamo una storia millenaria”, afferma Maya, una giovane bosniaca.
In chiusura di serata Davide Demichelis, giornalista televisivo, sempre pronto a mostrare “l’altra faccia delle migrazioni”, come recita il sottotitolo del suo programma “Radici”, dal 14 giugno di nuovo in onda su Rai3, ha proposto, attraverso le immagini, un viaggio in una Bosnia diversa e inaspettata, fatta di bellezze naturali, di sport, di buon cibo e buon vino. La scommessa è quella di promuovere, insieme al turismo, l’occasione perché tra vicini di casa si ritrovi un equilibrio e si riprenda a parlare.

 

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